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Per i giovani ricercatori l’indipendenza è importante

Protesi CyberHand (BLOG DI CHE FUTURO sull’innovazione)

Nel sollecitare lo sviluppo del programma SIR per i giovani ricercatori, di cui attendiamo ancora la valutazione, ho ripensato a quanto è stato per me importante avere il mio primo progetto di ricerca in modo indipendente.

Essere project leader è fondamentale per un ricercatore che arriva alla sua maturità, dopo i 30 anni, entro qualche anno alla conclusione dei contratti post-doc, si dovrebbe poter diventare ricercatori e dunque anche capaci di autonomia.

Non è che essere project leader di un progetto personale implica lasciare un dipartimento, un gruppo di ricerca o un istituto, ma si tratta di una base per poter sviluppare la propria indipendenza scientifica e arrivare ad una originalità nel contributo personale che sono determinanti in una carriera scientifica e accademica.

Per me questo si verificò intorno ai 35 anni con il progetto Cyberhand e altri progetti nel campo delle protesi di mano, un settore che matura molto lentamente ma che ha frontiere scientifiche importantissime e dalle tante applicazioni, sia nel campo della conoscenza scientifica che in quello clinico.

In parte la mia esperienza è raccontata qui nel blog di ‘che futuro’:

BLOG DI CHE FUTURO sull’innovazione

 

Agenzia della Ricerca: #laricercariparte ?

E se in Europa l’Italia dicesse che dal patto di stabilità occorre togliere gli investimenti in scuola e ricerca? E se provassimo a fare una riforma ‘europea’ del sistema della ricerca? E se provassimo a rispettare la carta europea dei ricercatori nei principi di reclutamento? Che non significa abolire i concorsi ma farli bene….

Continua il dibattito sull’agenzia della ricerca, nel mondo degli enti di ricerca e nelle università se ne parla tanto, anche se mai ufficialmente.

E io ricevo tanti stimoli e contributi soprattutto da colleghi scienziati, molti preoccupati perché l’agenzia della ricerca può rappresentare un’opportunità ma non deve essere scambiata per un’occasione di risparmiare o per controllare la ricerca. La ricerca deve essere libera e indipendente ma la programmazione nazionale è necessaria, la politica economia e il suo andamento sono legati alla qualità della programmazione, finanziamento e gestione dei progetti di ricerca e al momento in Italia sembra che questo non sia un tema sentito.

La ricerca non è pubblica amministrazione, è amministrazione della conoscenza e del suo avanzamento nell’interesse pubblico. Dobbiamo stare attenti che abbia un binario preferenziale e separato che rispetti la sua natura e le sue finalità, come avviene in tutti i paesi sviluppati.

Tra i tanti contributi mi sono arrivate alcune note da Fulvio Esposito, che è stato oltre che scienziato (quello lo è sempre) anche rettore e capo della segreteria tecnica del MIUR durante il mio mandato.

Riporto la lettera per esteso:

Mi sembra che la ‘discussione’, peraltro assai poco trasparente, anzi decisamente opaca e confusa, sull’istituzione di un’Agenzia Nazionale per la Ricerca e sul riordino degli Enti Pubblici di Ricerca stia prendendo una brutta piega. Brutta per il Paese e brutta per il sistema nazionale della ricerca pubblica, che potrebbe riceverne un colpo mortale. Intanto, si confondono due temi diversi: nei molti Paesi dove esiste l’Agenzia, essa ha compiti diversi e distinti da quelli degli organismi/enti di ricerca. Inoltre, il progetto di porre l’Agenzia (che, nella vulgata italica, assomiglia molto ad un super-CNR) ‘alle dipendenze’ della Presidenza del Consiglio rischia di rappresentare la pietra tombale dell’intuizione-sogno di Antonio Ruberti di dare dignità ‘ministeriale’ alla Ricerca.

Anch’io sono convinto che la dispersione delle competenze sulla ricerca tra diversi (molti) Ministeri non è difendibile, ma vi sono soluzioni diverse da quella dell’accentramento sotto la Presidenza del Consiglio.

Anch’io sono convinto che la pletora di enti di ricerca estremamente eterogenei per dimensioni e mission non è difendibile, ma vi sono soluzioni diverse da quelle dell’aggregazione in un mega-CNR.

Allego due brevi note (veramente brevi) al solo scopo di avviare una riflessione che potrebbe eventualmente trovare sbocco e seguito nelle istanze che vi vedono, a livello regionale, nazionale ed europeo, componenti di assoluto rilievo e prestigio.

Il primo documento si intitola La ricerca: una proposta di Fulvio Esposito.

Il secondo documento riguarda la riforma spagnola e la riorganizzazione della ricerca che sta avvenendo in Spagna, me ne parlò il sottosegretario spagnolo e studiammo il sistema per capirlo (L’agenzia della ricerca in Spagna, di Fulvio Esposito).

Aspetto altri commenti.

 

Un problema annunciato: l’esiguità delle borse di specializzazione

Oggi l’On Crimì ed altri colleghi hanno presentato un’interrogazione al Ministro Giannini sul tema dell’esiguità del numero di borse di specializzazione in medicina.

Il comunicato degli Onorevoli Crimì e Lenzi è da sottoscrivere in pieno ed io ho voluto essere in aula con loro:

La formazione dei nuovi medici per un adeguato ricambio degli specialisti del Sistema Sanitario Nazionale è una priorità: occorre che il governo lo consideri, vista l’esiguità delle risorse pubbliche. Questo obiettivo è importante per tutelare la salute dei cittadini italiani”. Lo hanno sostenuto i deputati PD Donata Lenzi e Filippo Crimì durante la discussione del question time. Il gruppo del Pd aveva presentato una interrogazione al ministro Giannini chiedendo di reperire presto i fondi mancanti per le borse di specialità, portando almeno a 5000, in maniera da risolvere l’emergenza che si è creata. “Per il prossimo anno accademico – hanno spiegato i due deputati democratici – sono previsti poco più di 3500 contratti per la formazione medica specialistica e circa 800 borse dalle Regioni per i corsi di formazione di Medicina Generale, numero gravemente inferiore sia rispetto alle necessità del Servizio Sanitario Nazionale, sia rispetto al numero di nuovi medici formati dalle università italiane Discutere di apertura nel numero chiuso di medicina non è molto utile se non riusciamo a coprire i contratti per il numero attuale di laureati: molti di questi medici vanno a fare la specializzazione all’estero, con il risultato che l’investimento italiano in questo settore – circa 100 mila euro per ogni laureato – va poi a beneficio di altri paesi”.

La soluzione per le borse di specializzazione non può che essere trovata di concerto fra i Ministeri Competenti, in particolare il Ministero della Salute e il MEF, il Ministero dell’Istruzione è soltanto attuatore del programma di formazione dei medici, un tema che riguarda il paese intero e quindi il governo e il parlamento.

L’errore che è stato commesso è proprio quello di voler isolare nell’università la formazione dei medici senza collegarla a sufficienza con il sistema sanitario regionale. D’altra parte non è che gli specializzandi possano essere semplicemente lavoratori nel sistema sanitario e per loro deve essere prevalente il percorso di formazione. Nello stesso tempo devono essere riorganizzate le durate e i programmi delle scuole di specializzazione uniformandole con quelle europee.

Io sottolineo l’importanza di un concorso nazionale per le specializzazioni che sia anche strumento di comparazione e mobilità per i giovani medici, si tratta di finanziamenti pubblici per le borse di specializzazione che devono essere trattate nell’interesse pubblico e non con una prospettiva locale.

Ma questo è solo un piccolo passo, occorre liberare la formazione dei medici e renderla più confrontabile con i sistemi europei, altrimenti i nostri giovani migliori scapperanno all’estero.

Occore sviluppare un sistema di teaching hospitals che tenga conto delle potenzialità formative delle struttre ospedaliere confrontandole secondo parametri certi e trasparenti.

Inoltre dobbiamo lavorare per avere una laurea abilitante che renda rapido il percorso post-laurea per i giovani laureati.

 

 

Al Festival dell’Economia di Trento

cropped-Carrozza_02.jpgHo partecipato alla tavola rotonda su reclutamento, incentivazione e promozione dei professori universitari.

Ho parlato di testo unico dell’università e della ricerca per mettere ordine sulla normativa in materia di università, non c’è bisogno di una nuova legge ma di semplificare le leggi esistenti, abrogare una quantità di norme stratificate e rendere libera l’università dalla burocrazia.

Alcune buone regole che introducono una certa flessibilità per promuovere e incentivare i professori ci sarebbero già, alcune università le usano altre no dipende dai rettori e dai consigli di amministrazione.

Le università non sono tutte uguali e l’illusione di poter fare una unica legge iper rigida che descrive e impone la stessa struttura a tutte è stata una illusione perduta nella realtà.

Le università sono pubbliche e devono rispondere alla collettività attraverso amministratori indipendenti e non eletti, che siano buoni amministratori che rispondano a criteri di etica pubblica, anche le scuole dovrebbero essere amministrate così. Pubblico non significa che è di chi ci lavora o fa gli interessi di chi ci lavora, ma significa che fa gli interessi della collettività.

Io sono per una maggiore responsabilizzazione degli atenei e dei consigli di amministrazione che hanno l’ultima parola sulle chiamate, e sono per una valutazione delle politiche di reclutamento, che dovrebbe essere fatta non solo sulla ricerca ma anche sulla didattica.

Le agenzie di valutazione INVALSI e ANVUR dovrebbero parlarsi, e probabilmente potrebbero essere fuse in un’unica struttura di autority che valuti la didattica, attraverso le competenze degli studenti e non la burocrazia, e la ricerca per il sistema di istruzione superiore.

Le università sono oberate dalla burocrazia che si occupa di tutto tranne che del problema fondamentale: cosa imparano gli studenti? L’università deve tornare ad essere a misura di studente.

una lettera di un giovane studioso di materie umanistiche

Pubblico questa lettera perché mi pare che sia importante riflettere sugli spunti che offre a chi è interessato alle discipline umanistiche, è giusto che si affronti anche questo tema, gli studenti di discipline umanistiche spesso si sentono abbandonati e hanno la percezione di studiare senza sbocco.

mi chiamo Giacomo e sono un dottorando in archeologia dell’università che sta per concludere un lungo percorso di studi segnato da luci ma anche da molte ombre. E proprio di queste ombre, condivise con me da centinaia di miei coetanei, ho pensato fosse il caso di metterla al corrente, richiamando un tema assai scottante ovvero il rapporto tra formazione e professione nel martoriato campo dei beni culturali, per i quali oggi si spendono solo parole di inutile retorica senza mai voler guardare a questo settore come motore di ripresa occupazionale (oltre che culturale).

Partiamo dalla formazione. Con la formula del cosiddetto ‘tre + due = zero” si è giunti nel campo delle scienze umanistiche ad un vero e proprio livellamento verso il basso della qualità della formazione, che esprime un pesante divario con le facoltà tecnico-scientifiche in cui il livello di selezione agli esami è invece ancora ragionevole. Solo un esempio apparentemente banale, senza scendere nel dettaglio: se la media dei voti con cui ci si laurea in archeologia (ma in generale nelle discipline umanistiche) a Padova come a Roma Tre (atenei che ho frequentato) si avvicina al 110, penso che il meccanismo della preparazione universitaria come porta di accesso alla realtà lavorativa funzioni davvero assai poco: o si laureano in archeologia solo geni…oppure c’è davvero qualcosa che non va!

La conseguenza è che naturalmente si creano pletore di giovani laureati che ovviamente pretendono un lavoro ‘all’altezza della loro qualifica’, senza avere in realtà le competenze necessarie per svolgerlo come dovrebbero. Una generazione di illusi, laddove la priorità della formazione dovrebbe essere anzitutto la selezione e la garanzia della qualità, come chiave per affrontare la crisi attuale del mercato del lavoro in settori che, come è noto, soffrono forse più di qualunque altro il dramma dell’occupazione. Finora si è pensato purtroppo solo a ‘battere cassa’ aumentando a dismisura corsi di laurea perfettamente inutili, sfornando migliaia di laureati triennali destinati a rimanere disoccupati con una domanda sproporzionata all’offerta di posti di lavoro, garantendo in breve tempo a chiunque un titolo di laurea. Penso che democratizzazione della cultura non implichi direttamente il ‘diritto alla laurea’ di chiunque e comunque, ma voglia dire semplicemente dare la possibilità ai chiunque lo meriti davvero di concludere il proprio iter di studi. E nonostante appaia inattuale questo discorso oggi alla luce della crisi delle iscrizioni all’università, penso anzi che proprio in virtù di tale crisi bisognerebbe evitare di cedere alla tentazione di attirare iscritti con chimere inesistenti.

Per le discipline umanistiche, così inflazionate, meglio sarebbe concentrare l’offerta in pochi atenei ad alta specializzazione e con rigide prove d’ingresso che diano l’opportunità di proseguire un percorso altamente professionalizzante ai più mertevoli, ma soprattutto è importante che si crei un legame osmotico tra MIUR e Ministero dei Beni Culturali, superando divisioni inutili che hanno fatto delle scuole di specializzazione universitarie doppioni dei corsi universitari, utili solo a creare titoli spendibili in concorsi inesistenti, e dunque in definitiva, inutili. Come sottolinea Settis, la divaricazione tra Istruzione e ricerca, è stata (anche) il prodotto della creazione del ministero dei Beni culturali come entità autonoma, mentre prima era una costola del Ministero della Pubblica Istruzione. Credo anche io che questa frattura vada ora ricomposta in qualche modo con percorsi formativi tutti da rimodulare in funzione delle reali esigenze della tutela come premessa per ogni azione di valorizzazione (dei beni culturali e delle figure professionali ad essi collegati).

Qualità nella formazione e scambio interministeriale potranno davvero dare un contributo significativo al rilancio dei beni culturali in Italia che oggi, come sappiamo, ‘sopravvivono’ in uno stato di crescente abbandono e degrado, invece di essere una opportunità vera per tanti giovani che, come me, non vedono altra alternativa che, purtroppo, l’emigrazione per dare un senso ad un lungo e faticoso percorso formativo.

Mi auguro che questi temi, sui quali ho voluto richiamare brevemente l’attenzione, siano al momento già oggetto di confronto e discussione. La ringrazio molto per l’attenzione.

Un cordiale saluto, con stima e con l’augurio di un buon lavoro,

Giacomo

 

 

 

 

(Il ministero dei beni culturali)

Benvenuti al SUD ?

Ieri ho risposto sul Mattino di Napoli ad un duro attacco che ho ricevuto da Aprile sul mio operato da Ministro dell’Istruzione che mi accusa di non aver fatto abbastanza per le università del SUD o addirittura di aver danneggiato le università del SUD con un complotto pro università del NORD.

Piuttosto che polemizzare con i dati sulle università del SUD e i fondi che hanno ricevuto, ho preferito dare un taglio positivo aspettando che dalla classe dirigente e dai leader delle università del SUD venga una risposta su come uscire dalla crisi e dal declino.

Va bene rinegoziare con il MIUR le risorse occupazionali e chiedere più attenzione per il SUD, ma occorre cambiare passo e gestire meglio la politica della didattica e della ricerca, e soprattutto reclutare meglio, fuori dalle logiche localistiche e da comportamenti nepotistici consolidati, che vanno scardinati.

Ho risposto con un articolo che si può trovare a questo link sulla rassegna stampa del sistema universitario pisano:  (sempre aggiornata e molto utile per farsi un quadro la mattina presto di quanto sta comparendo sulla stampa in materia di università e ricerca)
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2014/03/28SIQ5009.PDF

A tale proposito, e vista anche la risposta di Aprile alla fine del mio editoriale, ricordo che io non ho operato alcuna modifica al sistema di allocazione delle risorse occupazionali, e mi ero ripromessa di farlo molto presto, per il 2014, tenendo proprio conto dei fattori di contesto del territorio, ed accogliendo le richieste dei Rettori delle università del SUD che io ho incontrato più volte al Ministero.

La risposta del Dipartimento Università e Ricerca del MIUR alla polemica che ci fu a novembre e che è apparsa sul sito di ROARS è rintracciabile a questo indirizzo:

http://www.roars.it/online/replica-del-miur-sullassegnazione-dei-punti-organico-2013/