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Wearable Robotics and Social Innovation: opportunities and challenges

Venerdì 15 gennaio sarò in visita all’Istituto Italiano di Tecnologia a Genova, dove terrò anche un seminario sul tema della Robotica Indossabile, e sull’impatto sulla società della robotica. Quali sono le prospettive scientifiche e tecnologiche dei profondi mutamenti a cui andiamo incontro, legati alla combinazione della connessione veloce, il 5G, Internet Of Things, l’intelligenza artificiale e i Big Data e le potenzialità fisiche della robotica?

imageL’abstract del seminario è riportato nel seguito:

Research, science and social innovation are strictly interdependent, and in this framework, my vision for the future is that progress of humanity is the ultimate mission of science.
Today, it is universally accepted in science that challenges of the society will require a strong interdisciplinary effort for scientists: it is not possible to address global problems as clean energy production, urbanization, migration, antibiotics resistance or climate change without an holistic approach: social challenges requires comprehensive methods and knowledge, which must include human sciences, ethical issues and sustainability.
The integration of robotics with artificial intelligence, deep learning and high speed connection will revolutionize the society because devices will be connected to internet, and will become physically powerful, intelligent and adaptive. Large amount of data will be available with small latency and cloud robotics will share information, data, intelligence activities and brains. Robots were originally designed for manufacturing plants, and nowadays mass production is not possible without robots but now they are indispensable in special environments as space for exploration, oceans for underwater activities or hospitals in surgical rooms. In particular, as it was predicted in science fiction, now deep space exploration is based on robotics, and robots will be essential for space science progress.
The next step will be for Robots to enter in our everyday life: in the streets with self-driving cars, or ‘at our place’ in doing cleaning, entertainment or service activities. Therefore robotics is becoming ‘social’.
In order to achieve these goals, engineers must address several issues, related to human-robot interaction, to safety, to sentience and adaptability. The problem of safe, secure and effective interaction between human being and robot, cannot be faced without addressing legal and ethical issues.
The road map is already in place, with time and application those issues will be studied and investigated, and robots will share life and environments with humans, supporting their physical and cognitive activities.
Moreover, one of the most fascinating questions to answer in Robotics will be originated by the integration of robotics with bionics and prosthetics, when Robotics will enter into the human body with different levels of invasivity, to support human movements and physical interaction with the environment. Wearable robotics is expected to revolutionize the society in the next decade. What are the implications of this transformation of Robotics? Which areas of science will be involved in the evolution of robotics? What are the main milestones to be accomplished in the journey of robots from manufacturing plants, to Space, Health Care and ultimately into the Human Body

Mi piacerebbe far scaturire un dibattito su questi temi e far nascere una discussione in Italia.

 

 

Al lavoro fra Pontedera, Pisa, Lussemburgo…

Diario di inizio settembre

Oggi tutto inizia con una poesia di Victor Hugo che si intitola ‘Claire de Lune’ e che io ho studiato al liceo.

(Per trovare il testo della poesia in francese)

Sono ritornata dalla pausa estiva già da un paio di settimane, e mi sono presa questo tempo per riflettere in vista della partenza del prossimo anno. Essendo ricercatrice e professoressa, per me l’anno comincia da settembre e non da gennaio, e in questo non credo che riuscirò mai a cambiare. Inoltre in settembre c’è il mio compleanno, che quest’anno è ‘pesante’ e quindi rappresenta un momento di bilancio e nello stesso di partenza.

Mi trovo di nuovo alla Scuola Sant’Anna, sono nel mio ufficio di Pisa, e ho passato i primi giorni della settimana nel mio ufficio di Pontedera, ho partecipato a riunioni, con la faculty, e con i colleghi, che sono tipiche dei nuovi inizi, come quelli di anno accademico.

SCULA SUPERIORE DI STUDI SANTA ANNA PISAPHOTO © 2011 - FABIO MUZZI

Riprendo in mano la mia attività di ricercatrice, ho discusso con una dottoranda sul suo progetto di ricerca, e mi sono interessata alle sue idee e al suo progetto. Si tratta di un dispositivo che può essere usato da persone cieche o sorde, oppure da sordo ciechi per vivere meglio e poter comunicare, scambiare informazioni.

Nel frattempo mi preparo alla mia missione in Lussemburgo, ho letto molto sulla questione dei migranti, e sulla tragedia di tutte le persone disperse in mare, o bloccate nelle stazioni, della loro povertà e disperazione. Sembra di veder rievocato uno spettro del passato, i treni, i tatuaggi, le persone costrette a scappare a bordo dei treni. Anche i morti in mare fra Grecia e Turchia, e le persone gettate dalle navi, mi ricorda quanto ho letto quando studiavo letteratura francese, al liceo, ed ascoltavo delle guerre fra Grecia e Turchia…

La conferenza a cui partecipo, è organizzata nell’ambito del semestre europeo del Lussemburgo, ed ha un nome che è tutto un programma:

INTER-PARLIAMENTARY CONFERENCE FOR THE CFSP AND THE CSDP

(Conferenza Inter-parlamentare europea sulla politica estera comune e sulla politica di sicurezza e difesa comune)

Già dal nome non si capisce di cosa si tratta (CFSP, e CSDP)… occorre tradurre.

Mi pare di partire per una conferenza molto importante, ma sulla quale potrò incidere, come singola deputata, molto poco. Tutte le delegazioni di tutti i parlamenti europei insieme, con i Commissari competenti su Politica Estera, e Difesa, Sicurezza. Ci sarà quindi Federica Mogherini. Si parlerà dal cambiamento climatico, ai ‘flussi di migranti’, un eufemismo per descrivere cosa sta accadendo in Europa.  Scriverò da Lussemburgo, perché in questa fase ritengo importante  tenere aggiornate su come si muovono le istituzioni nazionali ed europee le persone interessate,  in modo da far capire cosa avviene in Europa.

E così parte il mio anno, tra l’immagine di un bambino riverso sulla spiaggia, che fa discutere sulla mia pagina Facebook, il mio lavoro di docente che non cessa mai, e il mio impegno di deputato per cercare di smuovere l’Europa nella direzione giusta. Il tutto è accompagnato dalla poesia di Victor Hugo, che da appassionata della letteratura, mi risuona in francese con la voce della mia prof di liceo, ferma e triste.

Traduzione italiana della poesia di Victor Hugo:

Chiaro di Luna

La luna è serena e gioca sui flutti.

Alla finestra libera e aperta alla brezza,

la sultana osserva, il mare si frange laggiù

e con fili d’argento ricama gli scogli.

La chitarra vibrando le scivola di mano,

lei ascolta…l’eco sorda di un opaco rumore.

Un pesante vascello turco dalle spiagge di Cos

forse approda ai lidi greci, coi suoi tartari remi?

O sono i cormorani coi loro alterni tuffi

e le ali su cui l’acqua in perle scivola?

E’ la sottile voce di un genio che soffia di lassù

e dalla torre nel mare le pietre fa cadere?

Chi vicino al serraglio osa turbare l’acqua?

Non è il cormorano nero cullato dall’onda,

non sono pietre delle mura, né il suono cadenzato

del vascello che avanza sull’acqua con i remi.

Da sacchi pesanti giunge il singhiozzo.

Si muovono nel mare che li sospinge

come inquieti fianchi di forma umana.

La luna è serena e gioca sui flutti.

di

Victor Hugo

 

Riflessioni sulle politiche dell’innovazione in Italia @ Technology FORUM Ambrosetti

In questo ecosistema di soggetti che a vario titolo in Italia si occupano di innovazione e ricerca, c’è la possibilità di riprendere in mano la bacchetta e far suonare una musica armonica e bella da ascoltare ai musicisti sparsi per l’Italia ?

Quali sono le priorità per l’Italia per riuscire a far ripartire il sistema della ricerca e dell’innovazione? 

Venerdì prossimo 22 maggio parteciperò al Technology Forum organizzato da Ambrosetti a Milano (per maggiori informazioni visitare il  sito: http://www.technologyforum.eu/en/evento/2015.htm)

La sessione che devo presiedere riguarda proprio la ricerca e l’innovazione e il loro stimolo per la crescita dell’economia. Se non ricostruiamo l’ecosistema dell’innovazione in Italia, sicuramente l’economia non ripartirà.

Gli speaker che sono stati invitati sono responsabili di politiche per l’innovazione e propongono varie forme di azioni di stato, di regia e di organizzazione per favorire la crescita dell’ecosistema e il suo sviluppo.

Mi domando, ancora una volta, come queste politiche possano essere attuate in Italia, se in Italia ci potrà essere una risposta all’anarchia auto-organizzata, alla burocrazia imperante, e alla mancanza di risorse stabili, per poter rilanciare di nuovo la speranza nella ricerca.

Il rapporto fra ricerca e politica e fra scienza, tecnologia e politica in Italia sembra un problema irrisolto.

Noi ricercatori abbiamo bisogno di speranza, e di forza. Io ne ho ricevuto molta quando sono stata a Belgrado con gli imprenditori italiani nel settore della meccatronica, che operano in Serbia e in altri paesi, lavorando alle macchine per automazione. Ho ricevuto da loro lo stimolo per continuare la  mia attività di innovazione, e la mia opera di sensibilizzazione della politica.

Vogliamo restare un paese manifatturiero, che esporta tecnologia? Dobbiamo cambiare la nostra cultura, la nostra educazione e formazione, la nostra scuola e il nostro sistema universitario. 

Accetto idee e proposte. Che cosa cambiereste?

C’è ancora un margine di manovra per implementare la politica dell’innovazione in Italia, fra enti di ricerca, sistemi di trasferimento tecnologico, parchi scientifici e associazioni di imprese, chi può prendere la bacchetta (magica) e guidare l’orchestra verso obiettivi comuni?

 

 

 

Prima puntata della mia lezione su scienza e società: ricerca, Rifkin e la termodinamica

Chiediamo più investimenti in ricerca e formazione e lo facciamo perché sappiamo che andiamo incontro ad un baratro occupazionale e culturale ancora più grave se non investiamo di più

 

Ieri 24 novembre ho tenuto una lezione magistrale (keynote speach) ad un incontro di professori, ricercatori e industriali che lavorano nel settore della progettazione di software e sistemi, cosiddetti CyberPhysicalSystem.

Vorrei prima di tutto definire cosa sono i CyberPhysicalSystem, per capirlo occorre andare su una serie di siti, prima di tutto questo:

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http://cyberphysicalsystems.org

 Una definizione sintetica è:

‘Cyber-Physical Systems (CPS) are integrations of computation, networking, and physical processes. Embedded computers and networks monitor and control the physical processes, with feedback loops where physical processes affect computations and vice versa’

I sistemi CyberPhysical sono quindi sistemi integrati che includono i processi fisici (in generale quelli che vogliono essere controllati e quelli indesiderati che interferiscono) e i sistemi di software e computazione che rappresentano la misura e il controllo.

Poiché ero di fronte ad una platea di ingegneri e di tecnici, ho pensato di parlare del rapporto fra scienza e società, e fra scienza e politica, idealmente dovrebbe prevedere una scienza autonoma e una politica che si fa consigliare, ma nella pratica non c’è nessun legame strutturale.

Più in generale per studiare i meccanismi di generazione dell’innovazione volta a risolvere i problemi, è molto importante considerare i processi che governano la politica e le decisioni rilevanti che hanno un impatto sulle grandi sfide della società.

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E’ molto importante sensibilizzare chi si occupa di ricerca, innovazione e progettazione riguardo al tema del rapporto fra le conoscenze e tecnologie sviluppate e la società civile.

L’assenza di un rapporto strutturato fra scienza, e politica, la mancanza di figura di advisor scientifici per il governo, e la separazione fra cultura e politica, portano ad una scarsa considerazione della politica nei confronti della ricerca, ad una marginalizzazione progressiva e quindi in estrema conseguenza ad una riduzione del budget per la ricerca.

In generale l’investimento in ricerca comporta una scelta di lungo periodo che non guarda all’immediato, perché i cittadini chiedono sempre altro: l’investimento in ricerca non è quasi mai un tema prioritario per le elezioni politiche, a meno che non ci si rivolga ad una platea specializzata.

Siamo alle soglie del nuovo millennio, alle porte della quarta rivoluzione industriale e il nostro investimento in istruzione, cultura e conoscenza diminuisce. Questo porterà inevitabilmente ad un declino industriale e culturale del nostro continente.

Mentre le problematiche che abbiamo davanti ci portano a vere e proprie sfide che senza scienza e tecnologia non si possono affrontare,  assistiamo ad una progressiva mancanza di fiducia della politica nei confronti del mondo intellettuale e della scienza.

Per esempio si può pensare di risolvere il problema della produzione di energia senza un investimento in ricerca?
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Senza un investimento in ricerca è possibile affrontare il tema del cambiamento climatico e della sopravvivenza del nostro pianeta?

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Abbiamo bisogno di più ricerca e quindi di più Europa, ed ho spiegato perché dal mio punto di vista, l’Europa ha portato l’Italia a scelte di investimento di budget in ricerca o in innovazione che altrimenti non ci sarebbero state, come dimostrato dai programmi nazionali. Quando ho provato a lanciare un programma nazionale della ricerca, il governo Letta era agli ultimi giorni, e non ho potuto dare seguito alle mie proposte che prevedevano un piano nazionale allineato a quello europeo Horizon 2020 e integrativo. MI dispiace che questo piano non sia stato ripreso dal governo Renzi.

Io sono una sostenitrice convinta dell’Unione Politica dell’Europa e so che l’Unione Europea è l’unica possibilità per noi di costruire quella massa critica di innovazione e ricerca che può portare ad un rilancio della nostra produzione industriale, della nostra creatività e della nostra cultura.

Nell’anno di partenza di Horizon 2020 (http://ec.europa.eu/programmes/horizon2020/en/what-horizon-2020) , uno dei più grandi programmi di finanziamento della ricerca, il programma europeo più visionario e ambizioso, che finanzierà la ricerca fondamentale e l’innovazione sociale, vorrei dire a tutti, che senza Europa, l’Italia non avrebbe mai avuto una opportunità così importante, un investimento possibile e raggiungibile in ricerca. L’Italia ha un disperato bisogno di questa Europa, dell’Europa della ricerca e della innovazione.

Basta leggere cosa dice la presentazione stessa di Horizon2020.

‘Horizon 2020 is the biggest EU research and innovation programme ever. It will lead to more breakthroughs, discoveries and world-firsts by taking great ideas from the lab to the market. Almost €80 billion of funding is available over 7 years (2014 to 2020) – in addition to the private and national public investment that this money will attract’

Il secondo aspetto trattato nella mia lezione ha riguardato la politica economica. In particolare il contenuto ha riguardato l’inserimento della termodinamica nel nuovo paradigma economico di sviluppo della nostra società.

Citando Rifkin, sappiamo che la termodinamica, cioè l’innalzamento dell’entropia del pianeta, il consumo energetico, la produzione di rifiuti e più in generale la sostenibilità ambientale del paradigma economico, devono rientrare in una proposta politica ed economica. Non possono essere trascurate le conseguenze del processo di sviluppo industriale, e bisogna tenere conto che il nostro obiettivo dovrà essere anche quello di lavorare per la sopravvivenza e l’equilibrio nel nostro pianeta. Infatti, anche nelle relazioni fra USA e Cina le politiche ambientali sono diventate determinanti. Sta cambiando anche la sensibilità internazionale su questo tema.

The price of energy and food is climbing, unemployment remains high, the housing market has tanked, consumer and government debt is soaring, and the recovery is slowing. Facing the prospect of a second collapse of the global economy, humanity is desperate for a sustainable economic game plan to take us into the future (Jeremy Rifkin)

 

Per i giovani ricercatori l’indipendenza è importante

Protesi CyberHand (BLOG DI CHE FUTURO sull’innovazione)

Nel sollecitare lo sviluppo del programma SIR per i giovani ricercatori, di cui attendiamo ancora la valutazione, ho ripensato a quanto è stato per me importante avere il mio primo progetto di ricerca in modo indipendente.

Essere project leader è fondamentale per un ricercatore che arriva alla sua maturità, dopo i 30 anni, entro qualche anno alla conclusione dei contratti post-doc, si dovrebbe poter diventare ricercatori e dunque anche capaci di autonomia.

Non è che essere project leader di un progetto personale implica lasciare un dipartimento, un gruppo di ricerca o un istituto, ma si tratta di una base per poter sviluppare la propria indipendenza scientifica e arrivare ad una originalità nel contributo personale che sono determinanti in una carriera scientifica e accademica.

Per me questo si verificò intorno ai 35 anni con il progetto Cyberhand e altri progetti nel campo delle protesi di mano, un settore che matura molto lentamente ma che ha frontiere scientifiche importantissime e dalle tante applicazioni, sia nel campo della conoscenza scientifica che in quello clinico.

In parte la mia esperienza è raccontata qui nel blog di ‘che futuro':

BLOG DI CHE FUTURO sull’innovazione

 

Memoria e Storia

 

Il testo integrale del mio discorso di commemorazione degli eccidi Bardine e San Terenzo in Lunigiana avvenuti il 19 agosto 1944

 

Una immagine della  cerimonia del 19 agosto

Una immagine della cerimonia del 19 agosto

Caro Sindaco, Autorità, cari cittadine e cittadini,

essere stata invitata oggi a commemorare gli eccidi di Bardine e San Terenzo,
ha per me un significato particolare, essendo cittadina ‘affettiva’ della Lunigiana, e legata alla Versilia fin dalla nascita, ed avendo commemorato le stragi di Sant’Anna di Stazzema un anno fa in qualità di Ministro dell’Istruzione.
Poiché la mia storia professionale e politica sono profondamente intrecciate con l’istruzione, la formazione e la ricerca, riprenderò il filo del discorso che ho aperto l’anno scorso a Sant’Anna, e continuerò il dialogo con i cittadini per stimolare la discussione sulla memoria e la storia e le loro funzioni culturali ed educative.

Nel settantesimo anno dall’eccidio si compie una trasformazione, la memoria delle persone che hanno vissuto direttamente quei giorni è ormai passata, ed allora il nostro compito di insegnanti, di ricercatori e di politici diventa quello di favorire il passaggio da memoria in cultura, in storia, in analisi distaccata e scientifica per trarne un messaggio importante di conoscenza e di insegnamento per le giovani generazioni.

Le istituzioni accademiche che hanno origine nella seconda metà dell’ottocento prevedevano che la ricerca e la conoscenza fossero senza confini, libere e che la divisione disciplinare prendesse senso e dignità soprattutto nell’insegnamento e nella trasmissione del sapere.
E così la storia di quei giorni e la sua analisi fanno parte del patrimonio di tutti, e ognuno di noi deve poter fare la propria rielaborazione critica in libertà, ma la storia deve essere studiata a scuola in modo da dare a tutti gli studenti e futuri cittadini, la possibilità di crescere e formarsi conoscendo il proprio territorio, le proprie radici e le atrocità che sono state commesse, le sofferenze inflitte, la resistenza e la ricostruzione a partire da quei valori condivisi nei quali crediamo e fondiamo la nostra democrazia e civiltà.
Non posso non citare Marc Bloch che fa partire il suo libro Apologia della Storia proprio dalla domanda del bambino che chiede a che cosa serve la storia? E’ da lì che deve partire la ricerca, perchè sia anche insegnamento e rielaborazione
secondo un’etica scientifica che ci fa ricostruire gli avvenimenti a partire dal desiderio di spiegare e di illustrare, avvicinandoci alla verità con metodo e obiettività.
Per questo voglio innanzitutto ricordare che la storia di questi eccidi, così come la ho letta dai documenti e dai racconti, è fatta di storie di persone semplici, innocenti, inconsapevoli vittime, e di violenza e di efferatezza commesse contro la popolazione inerme e senza ragioni, solo per vendetta e per disseminare paura e sconforto. Voglio qui ringraziare a questo proposito tutti coloro, associazioni culturali, pro loco, sindaci e consiglieri comunali, semplici cittadini, che contribuiscono alla raccolta dei documenti, alla ricostruzione di mostre, alla realizzazione di musei e di libri trasformando spesso documenti dispersi in testimonianze per chi è interessato a conoscere il territorio profondamente, non solo paesaggio e beni artistici ma anche memoria storica delle persone che hanno abitato e costruito questi luoghi.
E’ vero che trasformare la memoria in storia può essere doloroso, interpretare i racconti e i dettagli può far scoprire cose nuove, prospettive diverse in cui si attraversano le tensioni e le interpretazioni differenti per avvicinarsi alla verità, ma l’insegnamento che se ne trae è indubbiamente che certe violenze che oggi sembrano impossibili e lontane, sono davvero avvenute anche a due passi da casa nostra e che occorre tenere sempre alta la guardia per evitare che possa accadere di nuovo: vale la pena confrontarsi ogni giorno per tenere la nostra democrazia al riparo dalle scorciatoie, dalle dittature e dal populismo che minacciano tutti noi e ci allontanano dalla obiettività e dalla cultura, offrono soluzioni semplici a problemi complessi ma poi sconfinano inesorabilmente nella violenza.
Da politico itinerante per tutti i luoghi, anche più remoti della nostra regione e del nostro paese, ho imparato ad apprezzare questa forma di volontariato civico della memoria e della cultura, che rende l’Italia così unica e così viva anche nel suo passato, non si attraversa luogo senza vedere una mostra e un museo, e senza ricevere un libro che ricostruisca le nostre radici e le trasmetta ad un interlocutore attento a capire la storia con la geografia, la cultura con la letteratura, la sociologia e l’antropologia.
Anche qui in Lunigiana mi è capitato qualche giorno fa di vedere il frutto di questi sforzi collettivi.
Confermo e sottolineo, anche in modo istituzionale, il mio apprezzamento per questa ‘sussidiarietà’ nella trasmissione della cultura e della memoria: nel caso di terre che hanno sofferto anche crimini ed efferatezze come quelle commemorate oggi, i musei, le mostre e i premi letterari servono a riflettere a fare tesoro del passato ed a capire meglio i valori della democrazia e della civiltà riflettendo in comunità.
Il secondo messaggio che vorrei dare riguarda le aree della terra che stanno soffrendo come allora, nel 1944, soffriva la nostra terra al passaggio del fronte e della ritirata dell’esercito di occupazione nazista. E’ impossibile non fare paragoni e non pensare alla Siria, all’Iraq, all’Ucraina, alla Palestina, e ai tanti focolai aperti dove assistiamo inermi e impotenti ad eccidi, torture e violenze in nome di ideologie distorte e malate che fanno della paura, della morte e della disperazione il loro messaggio di sottomissione. Abbiamo costruito l’Unione Europea per reazione alla violenza e alla guerra, ed abbiamo creato unioni finanziarie ed economiche ma non abbiamo saputo costruire una unione politica che permetta al nostro continente di trasmettere valori di civiltà e di pace degni della nostra storia, della nostra cultura e unici veri testimoni ed eredi del sacrificio estremo che hanno offerto tanti che sono morti proprio durante gli anni che commemoriamo oggi, per darci libertà e democrazia.
Se c’è una esortazione che mi sento di dare oggi qui di fronte a questi morti che oggi ricordiamo, è quello che esiste ancora molto per cui dobbiamo combattere e lavorare, le disuguaglianze, la povertà e la disperazione sociale che sta sgretolando il nostro paese, e la mancanza di un’idea comune di società che ci tenga insieme e ci ricordi che dobbiamo fare ognuno qualche sacrificio per salvare il nostro paese e il futuro dei nostri figli. C’è ancora molto da fare, e proprio oggi, per i giovani e per chi di loro senta il dovere di lavorare per il proprio paese, l’Europa deve essere una unione di paesi e di cittadini che credono nei valori di libertà, democrazia, integrazione e tolleranza, e questi valori sono a rischio; mai come oggi, durante una crisi economica profonda, occorre ristabilire memoria comune, civiltà condivisa e idea nobile di politica come servizio e dono agli altri dei propri talenti e delle proprie qualità.
Ecco alla domanda che mi è stata posta da uno studente: ha un senso ancora oggi rileggere nomi, date di nascita e luoghi di residenza dei caduti? Io rispondo di sì. E’ nostro dovere come rappresentanti delle istituzioni tenere alta la memoria e il ricordo di quelle persone semplici che hanno subito le conseguenze della storia, si sono trovate in questa terra di passaggio di una ritirata e di una guerra e sono morte con sofferenza per noi. Io propongo una visione pedagogica di queste giornate di commemorazione, non spetta a noi, ma soprattutto ai tribunali ed alla ricerca storica l’analisi delle cause e dei dettagli dei minuti, e delle ore e degli eventi che si sono susseguiti nel lontano 19 agosto 1944 qui a San Terenzo Monti, a Bardine, a Fivizzano. Il mio ruolo è stimolare lo studio di quella storia, la lettura di quei racconti, la visione delle foto e dei documenti perchè ognuno capisca le conseguenze della violenza e della dittatura, dell’ignoranza e dell’inciviltà dell’arroganza che sostituisce un pensiero unico alla libertà.
A settanta anni da quegli eccidi e da quella sofferenza, vorrei ricordare uno per uno quei morti che hanno sacrificato la vita per noi e sono qui a ricordarci che occorre assumerci la responsabilità di onorare la loro memoria e di difendere, la libertà, la democrazia e la civiltà in loro nome.

Maria Chiara Carrozza, 19 agosto 2014

Google e i programmi per far programmare le ragazze

Nella mia conferenza a Pavia, piuttosto ignorata anche su Facebook e su questo blog, ho parlato di molte questioni inerenti il futuro della ricerca italiana. Però ho anche accennato all’importanza di attrarre giovani donne e giovani uomini allo studio delle materie scientifiche, e alle politiche adottate negli USA per attrarre donne verso gli STEM, scienza, tecnologia, matematica, ingegneria…. Forse la disoccupazione sarebbe più bassa, e il nostro tasso di innovazione sarebbe più alto se investissimo di più nelle politiche di istruzione in questi settori.

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Mi piace molto la policy di google che segnala e attrae le donne verso la programmazione delle applicazioni, vorrei anche io che i nostri studenti diventassero elaboratori di innovazione piuttosto che consumatori, e che comprendessero meglio una nuova grammatica quella della programmazione e della progettazione.

Un campagna utile e importante che vorrei vedere attivata anche dalle imprese e multinazionali che operano in Italia. Per le giovani donne e giovani uomini italiani.

Un esempio interessante è offerto dall’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna che ha attivato molte collaborazioni con le scuole del territorio e di altri territori. I nostri ricercatori e gli insegnanti e dirigenti che collaborano sono convinti dell’importanza dello studio della robotica come applicazione di creatività, spirito di competizione, e metodo scientifico… sono qualità che si evocano e si sviluppano creando robot per gare e competizioni, e aiutano a collegare intelligenza artificiale, strategia del gioco, e abilità motorie, facendo riflettere gli studenti e attraendoli verso studi tecnici e scientifici.

A tale proposito cito anche il sito code.org che propone lo studio dell’informatica nelle scuole e giustamente investe molto nella opportunità e possibilità che ogni studente impari a programmare indipendentemente da quello che farà dopo.

 

Agenzia della Ricerca: #laricercariparte ?

E se in Europa l’Italia dicesse che dal patto di stabilità occorre togliere gli investimenti in scuola e ricerca? E se provassimo a fare una riforma ‘europea’ del sistema della ricerca? E se provassimo a rispettare la carta europea dei ricercatori nei principi di reclutamento? Che non significa abolire i concorsi ma farli bene….

Continua il dibattito sull’agenzia della ricerca, nel mondo degli enti di ricerca e nelle università se ne parla tanto, anche se mai ufficialmente.

E io ricevo tanti stimoli e contributi soprattutto da colleghi scienziati, molti preoccupati perché l’agenzia della ricerca può rappresentare un’opportunità ma non deve essere scambiata per un’occasione di risparmiare o per controllare la ricerca. La ricerca deve essere libera e indipendente ma la programmazione nazionale è necessaria, la politica economia e il suo andamento sono legati alla qualità della programmazione, finanziamento e gestione dei progetti di ricerca e al momento in Italia sembra che questo non sia un tema sentito.

La ricerca non è pubblica amministrazione, è amministrazione della conoscenza e del suo avanzamento nell’interesse pubblico. Dobbiamo stare attenti che abbia un binario preferenziale e separato che rispetti la sua natura e le sue finalità, come avviene in tutti i paesi sviluppati.

Tra i tanti contributi mi sono arrivate alcune note da Fulvio Esposito, che è stato oltre che scienziato (quello lo è sempre) anche rettore e capo della segreteria tecnica del MIUR durante il mio mandato.

Riporto la lettera per esteso:

Mi sembra che la ‘discussione’, peraltro assai poco trasparente, anzi decisamente opaca e confusa, sull’istituzione di un’Agenzia Nazionale per la Ricerca e sul riordino degli Enti Pubblici di Ricerca stia prendendo una brutta piega. Brutta per il Paese e brutta per il sistema nazionale della ricerca pubblica, che potrebbe riceverne un colpo mortale. Intanto, si confondono due temi diversi: nei molti Paesi dove esiste l’Agenzia, essa ha compiti diversi e distinti da quelli degli organismi/enti di ricerca. Inoltre, il progetto di porre l’Agenzia (che, nella vulgata italica, assomiglia molto ad un super-CNR) ‘alle dipendenze’ della Presidenza del Consiglio rischia di rappresentare la pietra tombale dell’intuizione-sogno di Antonio Ruberti di dare dignità ‘ministeriale’ alla Ricerca.

Anch’io sono convinto che la dispersione delle competenze sulla ricerca tra diversi (molti) Ministeri non è difendibile, ma vi sono soluzioni diverse da quella dell’accentramento sotto la Presidenza del Consiglio.

Anch’io sono convinto che la pletora di enti di ricerca estremamente eterogenei per dimensioni e mission non è difendibile, ma vi sono soluzioni diverse da quelle dell’aggregazione in un mega-CNR.

Allego due brevi note (veramente brevi) al solo scopo di avviare una riflessione che potrebbe eventualmente trovare sbocco e seguito nelle istanze che vi vedono, a livello regionale, nazionale ed europeo, componenti di assoluto rilievo e prestigio.

Il primo documento si intitola La ricerca: una proposta di Fulvio Esposito.

Il secondo documento riguarda la riforma spagnola e la riorganizzazione della ricerca che sta avvenendo in Spagna, me ne parlò il sottosegretario spagnolo e studiammo il sistema per capirlo (L’agenzia della ricerca in Spagna, di Fulvio Esposito).

Aspetto altri commenti.