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Google e i programmi per far programmare le ragazze

Nella mia conferenza a Pavia, piuttosto ignorata anche su Facebook e su questo blog, ho parlato di molte questioni inerenti il futuro della ricerca italiana. Però ho anche accennato all’importanza di attrarre giovani donne e giovani uomini allo studio delle materie scientifiche, e alle politiche adottate negli USA per attrarre donne verso gli STEM, scienza, tecnologia, matematica, ingegneria…. Forse la disoccupazione sarebbe più bassa, e il nostro tasso di innovazione sarebbe più alto se investissimo di più nelle politiche di istruzione in questi settori.

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Mi piace molto la policy di google che segnala e attrae le donne verso la programmazione delle applicazioni, vorrei anche io che i nostri studenti diventassero elaboratori di innovazione piuttosto che consumatori, e che comprendessero meglio una nuova grammatica quella della programmazione e della progettazione.

Un campagna utile e importante che vorrei vedere attivata anche dalle imprese e multinazionali che operano in Italia. Per le giovani donne e giovani uomini italiani.

Un esempio interessante è offerto dall’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna che ha attivato molte collaborazioni con le scuole del territorio e di altri territori. I nostri ricercatori e gli insegnanti e dirigenti che collaborano sono convinti dell’importanza dello studio della robotica come applicazione di creatività, spirito di competizione, e metodo scientifico… sono qualità che si evocano e si sviluppano creando robot per gare e competizioni, e aiutano a collegare intelligenza artificiale, strategia del gioco, e abilità motorie, facendo riflettere gli studenti e attraendoli verso studi tecnici e scientifici.

A tale proposito cito anche il sito code.org che propone lo studio dell’informatica nelle scuole e giustamente investe molto nella opportunità e possibilità che ogni studente impari a programmare indipendentemente da quello che farà dopo.

 

I giovani amministratori locali, la nostra risorsa più importante

Sabato 28 giugno ho partecipato alla tavola rotonda del corso di formazione voluto da ANCI per amministratori di enti locali.

E’ stato un piacere rispondere alle tante domande e ai tanti dubbi degli amministratori locali, e verificare da vicino le forti motivazioni, il senso civico e la forte domanda di formazione che questi giovani sentono. Dobbiamo aiutarli e dobbiamo seguirli costantemente, è il valore della trasmissione del sapere e il compito delle università, pensare al futuro senza obblighi contingenti.

La tavola rotonda sull’attuazione della legge Delrio è stata molto interessante perché mi ha permesso di valorizzare la mia esperienza di responsabile di istituzione universitaria e soprattutto di Ministro in un settore come quello dell’istruzione e della ricerca dove il governo multilivello introduce molte complessità ma anche molte opportunità.

Fino ad ora nessuno mi ha mai chiesto la mia valutazione dei processi di governo dell’istruzione e penso che questa mia esperienza potrebbe essere messa a frutto e confrontata con altre esperienze nel settore della sanità o di altri servizi pubblici per elaborare un modello di politiche di sviluppo territoriali. E’ un peccato che l’università e la cultura non partecipino più al dibattito politico e si stiano marginalizzando reciprocamente con la politica e l’amministrazione. Il processo di attuazione della Legge Delrio potrebbe essere un esempio molto importante in cui la politica potrebbe mettere a sistema le tante esperienze di amministrazione locale, con un approccio duale.

Ho spiegato il mio punto di vista, le riforme devono essere fatte con un approccio duale, ‘backward’ e ‘forward’ come le valutazioni. Devono avere uno sguardo rivolto al passato e migliorare ciò che non ha funzionato, risolvendo i punti di debolezza di una legislazione concorrente che introduce molti ostacoli al governo dell’istruzione e soprattutto una deresponsabilizzazione complessiva su chi decide cosa. Non dimentichiamoci che l’impatto della riforme poi cade sui nostri studenti. L’approccio ‘forward’ deve dare una prospettiva per il futuro, come vogliamo che la scuola venga governata e da chi, vogliamo che sia federalista anche nei programmi e nella scelta degli insegnanti? Quanta autonomia vogliamo concedere ai dirigenti scolastici e agli organi di governo della scuola, e quanto peso vogliamo attribuire alla valutazione nelle scelte.

Scelte come il dimensionamento degli istituti, la distribuzione dei dirigenti e l’impostazione della formazione degli adulti, devono essere conferiti ai poteri locali? Ai sindaci ? Ai Presidenti di Regione?

Introdurre autonomia vuol dire conferire lo sviluppo alla differenziazione, questo è stato discusso insieme al prof Carli, che ha spiegato benissimo come autonomia vuol dire esaltazione delle differenze.

Il dubbio rimane sulla coesione territoriale, e sul dovere dello stato di salvaguardare i livelli essenziali delle prestazioni nei diritti fondamentali, come il diritto allo studio esempio lampante di orfano di poteri e di responsabilità. Il diritto allo studio è senza regole, sotto finanziato e in balia dei governi regionali. Non se ne parla quasi più.

E’ stato bello anche capire che le città metropolitane in Italia hanno un definizione un po’ artificiale, da un punto di vista metropolitano la distribuzione della popolazione non è corrispondente alla definizione giuridica, non si può dire che la maggioranza della popolazione vive in città, e che Firenze, per esempio, rappresenti in senso scientifico un’area metropolitana. Le aggregazioni di tanti poli da centinaia di migliaia di  abitanti corrispondono ad una moderna definizione di città metropolitana? Sembrano più definizioni politiche che non scientifiche. E penso che nel senso forward di impostazione di una riforma dovremmo anche considerare che Italia vogliamo e che modello di sviluppo territoriale vogliamo favorire.

Firenze passerà dunque da avere circa 350mila abitanti a quasi un milione, quanti sono appunto    quelli della attuale provincia. 

 La cronaca ha affrontato ampiamente questo tema, ma non si capisce ancora quali saranno le implicazioni di questa trasformazione, in un certo senso stiamo modificando senza essere certi dell’obiettivo che abbiamo.

Penso che questo potrà aprire tante prospettive, ma penso anche che sia necessario sviluppare un modello equilibrato di sviluppo territoriale in cui si trova una vocazione e una serie di direttrici di crescita culturale, industriale e di servizi anche per il resto del territorio, dove tanta parte della popolazione toscana vive e si sviluppa.

 

 

 

 

Agenzia della Ricerca: #laricercariparte ?

E se in Europa l’Italia dicesse che dal patto di stabilità occorre togliere gli investimenti in scuola e ricerca? E se provassimo a fare una riforma ‘europea’ del sistema della ricerca? E se provassimo a rispettare la carta europea dei ricercatori nei principi di reclutamento? Che non significa abolire i concorsi ma farli bene….

Continua il dibattito sull’agenzia della ricerca, nel mondo degli enti di ricerca e nelle università se ne parla tanto, anche se mai ufficialmente.

E io ricevo tanti stimoli e contributi soprattutto da colleghi scienziati, molti preoccupati perché l’agenzia della ricerca può rappresentare un’opportunità ma non deve essere scambiata per un’occasione di risparmiare o per controllare la ricerca. La ricerca deve essere libera e indipendente ma la programmazione nazionale è necessaria, la politica economia e il suo andamento sono legati alla qualità della programmazione, finanziamento e gestione dei progetti di ricerca e al momento in Italia sembra che questo non sia un tema sentito.

La ricerca non è pubblica amministrazione, è amministrazione della conoscenza e del suo avanzamento nell’interesse pubblico. Dobbiamo stare attenti che abbia un binario preferenziale e separato che rispetti la sua natura e le sue finalità, come avviene in tutti i paesi sviluppati.

Tra i tanti contributi mi sono arrivate alcune note da Fulvio Esposito, che è stato oltre che scienziato (quello lo è sempre) anche rettore e capo della segreteria tecnica del MIUR durante il mio mandato.

Riporto la lettera per esteso:

Mi sembra che la ‘discussione’, peraltro assai poco trasparente, anzi decisamente opaca e confusa, sull’istituzione di un’Agenzia Nazionale per la Ricerca e sul riordino degli Enti Pubblici di Ricerca stia prendendo una brutta piega. Brutta per il Paese e brutta per il sistema nazionale della ricerca pubblica, che potrebbe riceverne un colpo mortale. Intanto, si confondono due temi diversi: nei molti Paesi dove esiste l’Agenzia, essa ha compiti diversi e distinti da quelli degli organismi/enti di ricerca. Inoltre, il progetto di porre l’Agenzia (che, nella vulgata italica, assomiglia molto ad un super-CNR) ‘alle dipendenze’ della Presidenza del Consiglio rischia di rappresentare la pietra tombale dell’intuizione-sogno di Antonio Ruberti di dare dignità ‘ministeriale’ alla Ricerca.

Anch’io sono convinto che la dispersione delle competenze sulla ricerca tra diversi (molti) Ministeri non è difendibile, ma vi sono soluzioni diverse da quella dell’accentramento sotto la Presidenza del Consiglio.

Anch’io sono convinto che la pletora di enti di ricerca estremamente eterogenei per dimensioni e mission non è difendibile, ma vi sono soluzioni diverse da quelle dell’aggregazione in un mega-CNR.

Allego due brevi note (veramente brevi) al solo scopo di avviare una riflessione che potrebbe eventualmente trovare sbocco e seguito nelle istanze che vi vedono, a livello regionale, nazionale ed europeo, componenti di assoluto rilievo e prestigio.

Il primo documento si intitola La ricerca: una proposta di Fulvio Esposito.

Il secondo documento riguarda la riforma spagnola e la riorganizzazione della ricerca che sta avvenendo in Spagna, me ne parlò il sottosegretario spagnolo e studiammo il sistema per capirlo (L’agenzia della ricerca in Spagna, di Fulvio Esposito).

Aspetto altri commenti.

 

Il mio discorso di presentazione della Scuola Sant’Anna

 

Il 16 giugno ho compiuto la presentazione della Scuola Superiore Sant’Anna in occasione del conferimento della Benemerenza di San Ranieri alla Scuola da parte dell’Accademia dei Disuniti a Pisa presso il palazzo dei Cavalieri di Santo Stefano.

Oggi nel compiere la ‘lode’ della Scuola Superiore Sant’Anna, ovvero la sua presentazione ed il suo elogio, so di avere un compito importante,
un difficile ruolo di sintesi, di esaltazione e di lancio di quanto di meglio la Scuola è stata, è e sarà nel futuro, rispetto a Pisa, rispetto ai suoi studenti ed al mondo globale della formazione e della ricerca a cui si rivolge.
Io non sottovaluto l’importante riconoscimento che viene oggi dato alla Scuola, e sono molto fiera, si tratta di un riconoscimento che sottolinea i risultati importanti che la Scuola ha raggiunto, la sua fama, la sua reputazione. La reputazione è quanto di più importante una istituzione di formazione ha: viviamo in un mondo competitivo, in cui le istituzioni come la nostra vivono del bene che fanno, non ci sono solo cifre, graduatorie, e parametri ma c’è anche quello che la gente pensa, ciò che le famiglie reputano quando spingono o meno i figli a fare domanda da noi, oppure quello che le industrie pensano quando devono scegliere partner internazionali per le loro ricerche e si rivolgono a noi. La fiducia, la capacità di rispondere in tempi rapidi, la nostra flessibilità e il nostro senso civico, il fatto che facciamo quello che diciamo e diciamo quello che facciamo: al di là della politica di comunicazione, è la sostanza del nostro comportamento che conta più di tutto. Mi ricordo quando ero Rettore e coordinatore di progetti europei, che i nostri valutatori internazionali ci dicevano con ammirazione che la Scuola sapeva mantenere i patti, sapeva ‘rispondere’ professionalmente, con i risultati scientifici, le pubblicazioni, le rendicontazioni economiche, la capacità di fare networking.
Questa è la nostra missione, rispettare i patti e fare quello che si promette, e ciò spiega perchè abbiamo questo record di progetti internazionali e di finanziamenti privati rispetto al fondo di funzionamento ordinario. Nel mondo unversitario e della ricerca la principale virtù è quella di investire bene quanto si riceve, e se si investe bene si moltiplica e quanto ricevi dal pubblico viene moltiplicato da investimenti privati di chi crede in te.

La Scuola è nata dal grande sogno della mobilità sociale, quello di offrire il miglior ambiente possibile a studenti provenienti da tutta Italia, con un metodo di selezione unicamente basato sul merito e sulle potenzialità di crescere. La Scuola ha rappresentato per anni uno strumento di crescita e di promozione personale che ha favorito la mobilità sociale e geografica di giovani meritevoli selezionati con un concorso pubblico che è sempre stato il nostro fiore all’occhiello.

La Scuola non dipende dalle singole persone ma è il risultato dell’investimento e del lavoro di una somma di persone che si sono alternate dandosi il testimone e guidandola sempre verso nuovi traguardi, con due principi fondamentali: miglioramento continuo e spirito di servizio per lo stato. Siamo una Scuola pubblica e sentiamo la responsabilità di investire bene i finanziamenti pubblici, sapendo che l’obiettivo delle nostre ricerche ha il fine ultimo di migliorare la qualità della vita e la ricerca deve essere anche innovazione sociale.

E’ con questo spirito, di persone di passaggio che migliorano l’ambiente in cui operano ed hanno contribuito alla crescita della nostra istituzione, che ho avuto il piacere e l’onore di introdurre la Scuola in occasione del conferimento della importante onorificenza di San Ranieri, il Santo Patrono della città che ci ospita.

 

Un problema annunciato: l’esiguità delle borse di specializzazione

Oggi l’On Crimì ed altri colleghi hanno presentato un’interrogazione al Ministro Giannini sul tema dell’esiguità del numero di borse di specializzazione in medicina.

Il comunicato degli Onorevoli Crimì e Lenzi è da sottoscrivere in pieno ed io ho voluto essere in aula con loro:

La formazione dei nuovi medici per un adeguato ricambio degli specialisti del Sistema Sanitario Nazionale è una priorità: occorre che il governo lo consideri, vista l’esiguità delle risorse pubbliche. Questo obiettivo è importante per tutelare la salute dei cittadini italiani”. Lo hanno sostenuto i deputati PD Donata Lenzi e Filippo Crimì durante la discussione del question time. Il gruppo del Pd aveva presentato una interrogazione al ministro Giannini chiedendo di reperire presto i fondi mancanti per le borse di specialità, portando almeno a 5000, in maniera da risolvere l’emergenza che si è creata. “Per il prossimo anno accademico – hanno spiegato i due deputati democratici – sono previsti poco più di 3500 contratti per la formazione medica specialistica e circa 800 borse dalle Regioni per i corsi di formazione di Medicina Generale, numero gravemente inferiore sia rispetto alle necessità del Servizio Sanitario Nazionale, sia rispetto al numero di nuovi medici formati dalle università italiane Discutere di apertura nel numero chiuso di medicina non è molto utile se non riusciamo a coprire i contratti per il numero attuale di laureati: molti di questi medici vanno a fare la specializzazione all’estero, con il risultato che l’investimento italiano in questo settore – circa 100 mila euro per ogni laureato – va poi a beneficio di altri paesi”.

La soluzione per le borse di specializzazione non può che essere trovata di concerto fra i Ministeri Competenti, in particolare il Ministero della Salute e il MEF, il Ministero dell’Istruzione è soltanto attuatore del programma di formazione dei medici, un tema che riguarda il paese intero e quindi il governo e il parlamento.

L’errore che è stato commesso è proprio quello di voler isolare nell’università la formazione dei medici senza collegarla a sufficienza con il sistema sanitario regionale. D’altra parte non è che gli specializzandi possano essere semplicemente lavoratori nel sistema sanitario e per loro deve essere prevalente il percorso di formazione. Nello stesso tempo devono essere riorganizzate le durate e i programmi delle scuole di specializzazione uniformandole con quelle europee.

Io sottolineo l’importanza di un concorso nazionale per le specializzazioni che sia anche strumento di comparazione e mobilità per i giovani medici, si tratta di finanziamenti pubblici per le borse di specializzazione che devono essere trattate nell’interesse pubblico e non con una prospettiva locale.

Ma questo è solo un piccolo passo, occorre liberare la formazione dei medici e renderla più confrontabile con i sistemi europei, altrimenti i nostri giovani migliori scapperanno all’estero.

Occore sviluppare un sistema di teaching hospitals che tenga conto delle potenzialità formative delle struttre ospedaliere confrontandole secondo parametri certi e trasparenti.

Inoltre dobbiamo lavorare per avere una laurea abilitante che renda rapido il percorso post-laurea per i giovani laureati.

 

 

Al Festival dell’Economia di Trento

cropped-Carrozza_02.jpgHo partecipato alla tavola rotonda su reclutamento, incentivazione e promozione dei professori universitari.

Ho parlato di testo unico dell’università e della ricerca per mettere ordine sulla normativa in materia di università, non c’è bisogno di una nuova legge ma di semplificare le leggi esistenti, abrogare una quantità di norme stratificate e rendere libera l’università dalla burocrazia.

Alcune buone regole che introducono una certa flessibilità per promuovere e incentivare i professori ci sarebbero già, alcune università le usano altre no dipende dai rettori e dai consigli di amministrazione.

Le università non sono tutte uguali e l’illusione di poter fare una unica legge iper rigida che descrive e impone la stessa struttura a tutte è stata una illusione perduta nella realtà.

Le università sono pubbliche e devono rispondere alla collettività attraverso amministratori indipendenti e non eletti, che siano buoni amministratori che rispondano a criteri di etica pubblica, anche le scuole dovrebbero essere amministrate così. Pubblico non significa che è di chi ci lavora o fa gli interessi di chi ci lavora, ma significa che fa gli interessi della collettività.

Io sono per una maggiore responsabilizzazione degli atenei e dei consigli di amministrazione che hanno l’ultima parola sulle chiamate, e sono per una valutazione delle politiche di reclutamento, che dovrebbe essere fatta non solo sulla ricerca ma anche sulla didattica.

Le agenzie di valutazione INVALSI e ANVUR dovrebbero parlarsi, e probabilmente potrebbero essere fuse in un’unica struttura di autority che valuti la didattica, attraverso le competenze degli studenti e non la burocrazia, e la ricerca per il sistema di istruzione superiore.

Le università sono oberate dalla burocrazia che si occupa di tutto tranne che del problema fondamentale: cosa imparano gli studenti? L’università deve tornare ad essere a misura di studente.

Una strategia per l’innovazione in Italia: la rivoluzione degli enti di ricerca

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Sabato 24 maggio ho partecipato al Tech Forum Ambrosetti a Castel Brando sulle strategie di innovazione, in un panel dedicato alla ricerca e sviluppo e alle sue criticità, l’obiettivo era proprio proporre alcune linee concrete per far ripartire l’Italia in questo settore.

Alcune idee sono sintetizzate in questo breve Video dal forum Ambrosetti.

Il mio intervento può essere raccontato così per punti:

In questo momento l’Italia non sfrutta i suoi talenti, non permette di liberare e moltiplicare le energie, ma anzi le rallenta, le congela o le fa scappare.

Credo che occorra una grande riforma degli enti di ricerca, che devono uscire dai ministeri, e riunirsi in un’unica grande agenzia per la ricerca, non governata dai dipartimenti, ma da officer sul modello europeo, in grado di gestire programmazione, selezione e finanziamento della ricerca nei tempi congrui.

Occorre togliere alla burocrazia amministrativa il potere di gestione dei progetti, e i bandi giuridico formali devono essere trasformati in avvisi pubblici con una valutazione (peer review) secondo standard internazionali. Chi seleziona e sceglie deve a assumersi la responsabilità e rispondere secondo criteri di etica pubblica.

I giovani devono avere maggiore autonomia e indipendenza, possono convivere con i più anziani ma devono essere trattati da pari, dobbiamo uscire dalla logica della piramide, per entrare in quella delle interconnessioni fra pari.

Occorre applicare il principio della rotazione della dirigenza dei ministeri e ricomporre i quadri dirigenziali, troppe persone svolgono sempre lo stesso ruolo da anni, i governi cambiano e i gestori sono sempre gli stessi.

Penso che invece di elaborare bandi complessi e programmi finalizzati, all’impresa serva la libertà di scegliersi il centro di ricerca e l’università migliori, e baserei le incentivazioni sulle defiscalizzazioni (semplici) degli interventi in ricerca e sviluppo, e sul credito di imposta. Non occorrerebbe altro, se non incentivare fiscalmente chi investe in ricerca.

Il sud ha bisogno di una strategia ad hoc, non si può pensare ad un unico programma uguale per tutti i territori che sono molto diversi, per colmare i divari occorre tenere conto dei contesti, del capitale sociale locale, e delle situazioni e condizioni differenti.

 

 

Due progetti per Calci

Visita alla Certosa di Calci per accogliere la sottosegretaria Borletti Buitoni, con il Sindaco di Calci, il Prefetto e il Rettore dell’Università di Pisa.

Dovremmo preparare due progetti per la Certosa di Calci, uno a breve termine per reperire risorse per la manutenzione straordinaria e uno più a lungo termine per coniugare le grandi bellezze della Certosa, artistiche, culturali e scientifiche, per un piano di sviluppo innovativo, che coniughi turismo e cultura. Penso che si possa riscoprire il significato delle nostre risorse distribuite sul territorio per sviluppare un turismo di qualità che sia in linea con la vocazione del nostro patrimonio. 

Si può pensare ad una nuova forma di start-up, le start-up sociali per progetti che abbiano una finalità di innovazione sociale nel campo dei servizi per un turismo di qualità e di riqualificazione e sviluppo territoriale. Dovremmo superare il concetto di sostenibilità e andare oltre, pensando all’innovazione sociale.
Il museo, gestito dall’università di Pisa, è pronto per il rilancio, è stato fatto dagli scienziati ed è bello vedere che quello che un tempo era ricerca avanzata è oggi museo. Può essere uno strumento di divertimento ma anche un mezzo per attrarre giovani allo studio delle scienze e alla comprensione della natura. Mi piacerebbe che questo venisse unito alla fruizione e alla comprensione del patrimonio artistico e della storia della Certosa per attrarre persone interessate a scoprirne il messaggio, la contemplazione, il pellegrinaggio, la cultura.
Grazie alla Sottosegretario Borletti Buitoni per l’attenzione alla nostra Certosa.

Un vista della certosa di Calci in provincia di Pisa

Un vista della certosa di Calci in provincia di Pisa