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Per valorizzare il talento dei medici occorre un investimento maggiore nella formazione

Stamani al policnico Gemelli si è svolto il 2° Workshop Nazionale sulla Formazione in Medicina: “Valorizzare il talento del capitale umano in sanità” organizzato da SIGM sulla formazione dei medici. Si è parlato di accesso ai corsi a numero programmato, laurea e abilitazione, concorso nazionale e borse di specializzazione, organizzazione e durata delle scuole di specializzazione.

Un tema affrontato è stato il recente parere del Consiglio di Stato sulla modifica al DM sul concorso nazionale di accesso alle scuole di specializzazione. Sembra che siano state apportate alcune modifiche dal MIUR sulle quali il Consiglio si è espresso negativamente.

Il problema più grave riguarda la copertura delle borse di specializzazione in medicina: si tratta di una vera e propria emergenza educativa che deve essere affrontata dal governo nel suo complesso e non può essere gestita solo dal Ministero dell’Istruzione che non ha le competenze  e le risorse per ripensare la formazione dei medici.

La programmazione del fabbisogno del medici, la loro selezione e formazionee la loro immissione in ruolo è un problema nazionale, ed occorre una responsabilizzazione del mondo accademico e clinico italiano.

Occorre costitutire una task force interministeriale, che veda il coinvolgimento delle regioni, del MIUR, del Ministero della Salute e del Ministero dell’Economia. Non confiniamo il tema della formazione dei medici all’interno di un discorso burocratico sull’organizzazione del concorso nazionale, come stiamo discutendo adesso se farlo per via telematica o meno. Non parliamo del contenitore ma del contenuto, aspirando a discutere di come devono formare le scuole di specializzazione, del loro percorso e del loro accreditamento.

Mi auguro che l’università e la politica italiana sappiano cogliere questa sfida e che venga al più presto avviato un dibattito sul futuro della formazione dei medici in Italia.

Serve la buona ricerca per cambiare la vita

 

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Ieri ho visitato l’Istituto Serafico di Assisi. Una realtà di alta specializzazione per la cura, l’assistenza e la riabilitazione di bambini e adulti sordomuti e ciechi, persone delicatissime, con disabilità gravi, che necessitano di percorsi e personale altamente qualificato. Nella cornice stupenda di una Assisi piena di sole, l’istituto Serafico ha organizzato una vera e propria festa, con mostre di oggetti realizzati dai bambini dell’Istituto e rappresentazioni teatrali.

Visita il sito dell’Istituto Serafico di Assisi

Ieri ho partecipato al convegno scientifico sulle disabilità plurime organizzato dall’Istituto Serafico a cui hanno partecipato studiosi ed esperti di tutta Italia che si occupano a vari livelli, scientifici e clinici di sperimentare terapie farmacologiche, genetiche e tecnologiche per far fronte alle conseguenze della disabilità. Si è parlato di impianti cocleari per il recupero della sordità, di orecchio e occhio bionico, di studi sull’origine dell’autismo, con studi in vitro e in vivo, di riabilitazione mediante robotica di bambini con lesioni spinali o emiparesi.

il programma del convegno scientifico sulle disabilità

Per me è stata un’occasione importante di aggiornamento per riprendere in mano le ricerche dove le avevo lasciate un anno fa: è bellissimo vedere come la ricerca progredisce rapidamente, e come si aggiungono risultati e conoscenze, in un anno può cambiare il mondo.

I bambini con disabilità gravi, con malattie rare e con sordità e cecità profonde hanno una unica speranza: la ricerca.

La ricerca non è applicata, finalizzata, pura o speculativa, la ricerca è solo ricerca e quella che serve è la buona ricerca. Possiamo stare in laboratorio e gioire per i risultati, guardare con soddisfazione la pubblicazione scientifica che esce e si diffonde, ma la cosa più bella per chi si occupa di ricerca biomedicale è vedere il sorriso del paziente, la soddisfazione del progresso, qualcuno che riesce a fare da solo una cosa che non faceva, riesce a sentire i suoni e la voce, a diventare attore, oppure riesce a prendersi il bicchiere e a bere, o a vedere luci e ombre e orientarsi.

E’ per questo che ho scelto questo settore: la disabilità, perché c’è tanto da fare e un passo anche piccolo e modesto può riuscire a cambiare la vita delle persone.

L’impressione che ho tratto dai miei studi recenti è che lo sviluppo tecnologico stia dando ancora un’impennata all’innovazione sociale: la tecnologia cambierà la vita e il lavoro, verranno fuori nuovi mestieri e forse ne spariranno alcuni, come quello dell’autista se i veicoli autonomi si diffonderanno in tutto il mondo e non solo in California. Questo sarà oggetto di un’altra riflessione, ma adesso vorrei tornare alla riabilitazione.

La formazione dei terapisti e dei medici dovrà cambiare molto in conseguenza degli sviluppi tecnologici, e in questi settori è evidente che la tecnologia sta mutando completamente il lavoro, le scuole di formazione, le università e i corsi di laurea dovranno affrontare questo cambiamento una volta per tutte. Ci sarà una forte domanda di formazione continua e chi opera nel settore dovrà tornare ‘a scuola’ più volte nel corso della propria vita professionale.

E’ una sfida per noi docenti, seguire e prevenire il cambiamento enorme della domanda di formazione che viene dal mondo dell’innovazione sociale e del progresso nei campi dell’assistenza personale e del recupero funzionale.

 

Al Festival dell’Economia di Trento

cropped-Carrozza_02.jpgHo partecipato alla tavola rotonda su reclutamento, incentivazione e promozione dei professori universitari.

Ho parlato di testo unico dell’università e della ricerca per mettere ordine sulla normativa in materia di università, non c’è bisogno di una nuova legge ma di semplificare le leggi esistenti, abrogare una quantità di norme stratificate e rendere libera l’università dalla burocrazia.

Alcune buone regole che introducono una certa flessibilità per promuovere e incentivare i professori ci sarebbero già, alcune università le usano altre no dipende dai rettori e dai consigli di amministrazione.

Le università non sono tutte uguali e l’illusione di poter fare una unica legge iper rigida che descrive e impone la stessa struttura a tutte è stata una illusione perduta nella realtà.

Le università sono pubbliche e devono rispondere alla collettività attraverso amministratori indipendenti e non eletti, che siano buoni amministratori che rispondano a criteri di etica pubblica, anche le scuole dovrebbero essere amministrate così. Pubblico non significa che è di chi ci lavora o fa gli interessi di chi ci lavora, ma significa che fa gli interessi della collettività.

Io sono per una maggiore responsabilizzazione degli atenei e dei consigli di amministrazione che hanno l’ultima parola sulle chiamate, e sono per una valutazione delle politiche di reclutamento, che dovrebbe essere fatta non solo sulla ricerca ma anche sulla didattica.

Le agenzie di valutazione INVALSI e ANVUR dovrebbero parlarsi, e probabilmente potrebbero essere fuse in un’unica struttura di autority che valuti la didattica, attraverso le competenze degli studenti e non la burocrazia, e la ricerca per il sistema di istruzione superiore.

Le università sono oberate dalla burocrazia che si occupa di tutto tranne che del problema fondamentale: cosa imparano gli studenti? L’università deve tornare ad essere a misura di studente.

Agenda elettorale

Ultima settimana di campagna elettorale ed ecco gli impegni nella provincia di Pisa:

Martedì 20 a San Miniato, ore 21.30 alla Casa culturale per l’incontro con Enrico Letta a sostegno del candidato sindaco Vittorio Gabbanini

Mercoledì 21 a Chianni, alle 18 a “I Granai” per un aperitivo elettorale con la candidata sindaco Martina Perini

Giovedì 22 a Santa Croce sull’Arno, alle 12.45 presso la scuola primaria “N. Copernico” e scuola secondaria di primo grado “C. Banti” e alle 14.30 alla scuola per infanzia “Albero Azzurro” per volantinaggi con la candidata sindaco Giulia Deidda

Venerdì 23 per le chiusure della campagna elettorale sarò a Volterra in Piazza dei Priori dalle 16 alle 20 con il candidato sindaco Paolo Paterni. Alle 20 a Montopoli per una cena al Ristorante Lago Varramista con il candidato  sindaco Giovanni Capecchi. Infine alle 21.30 a Lajatico in Piazza Vittorio Veneto a sostegno del candidato sindaco Alessio Barbafieri.

E poi Domenica 25 Maggio nel seggio a Pisa per votare PD alle Europee.

 

La robotica migliorerà la vita ma cambierà il lavoro ?

Nel fine settimana parteciperò a un seminario a porte chiuse dove si discuterà anche sull’impatto della tecnologia sulla società, a partire dalle implicazioni etiche fino alle conseguenze positive o negative sul futuro dell’essere umano.

Uno dei temi scottanti in questo momento è il tema della incidenza della tecnologia, e in particolare della robotica, la mia materia di studio e di ricerca, sulla creazione e tipologia dei posti di lavoro.

Il dibattito è stato recentemente rianimato da alcune discussioni in corso che sono sintetizzate in questo articolo:

study on robots and jobs

e la domanda che appare nel titolo: la robotica eliminerà l’80% dei posti di lavoro?

Forse li eliminerà, forse li renderà diversi e richiederà molta più preparazione, formazione e #scuola. Non possiamo prescindere la tipo di società e di industria che vogliamo nel disegnare la nuova #scuola per la nuova Italia.

Sto studiando questo tema perché credo che l’essenza di una proposta politica per il prossimo futuro non possa che basarsi su una nuova politica economica, e una nuova economia del lavoro che parta dal contesto sociale ma tenendo conto che occorre superare le banalità e cominciare a parlare di scelte coraggiose.

Un nuovo passo per la #ricerca pubblica (pubblicato sull’Unità del 10 aprile)

Articolo originale sull’Unità_

Un giovane ricercatore mi ha raccontato che nel rinnovare la carta d’identità è stato in seria difficoltà nel dichiarare il proprio mestiere, apparentemente non riconosciuto formalmente dalla burocrazia dello stato. Paradossalmente “ricercatore” è ancora una professione non riconosciuta, invisibile. Non esiste nemmeno un comparto della ricerca nella pubblica amministrazione e si applicano regole e criteri che non possono essere adatti a questo mondo. In un mondo che va velocissimo obblighiamo gli enti di ricerca a utilizzare strumenti come quello della ‘pianta organica’, che blocca quei processi di adattamento necessari ad una continua competizione internazionale. E’ come chiedere di correre la Formula 1 con una cinquecento.

Eppure il ricercatore è il mestiere più progressista che c’è: sempre in movimento, sfida continuamente le verità acquisite, il dogmatismo. Per loro quello che ieri era sicuro, non lo è più oggi, con la certezza che verrà sicuramente modificato in futuro.

Addirittura per il biologo e filosofo francese Jean Rostand, la ricerca scientifica è la sola forma di “poesia” che sia retribuita dallo Stato.

E noi, nonostante tutto, abbiamo buoni “poeti”. Infatti su Nature, la più diffusa e nota rivista scientifica al mondo, i nostri ricercatori vengono definiti “pochi ma buoni”: negli ultimi dieci anni la qualità media degli articoli scientifici pubblicati da ricercatori italiani, misurata attraverso il numero di citazioni, è costantemente aumentata.

Ma la prosa della realtà è molto aspra per i ricercatori che contribuiscono a migliorare le nostre vite in tutti i campi del sapere umano, con enormi difficoltà burocratiche, una vita precaria e ampie sacche di conservatorismo. In realtà la ricerca serve eccome: al progresso, a costruire il nostro futuro ed a creare i presupposti perché il nostro rimanga un paese manifatturiero.

Ma per rilanciare la ricerca in Italia occorre pensare ad una riforma radicale del sistema pubblico, in modo da allineare il nostro paese alle buone pratiche europee e internazionali.

Sfruttiamo questo momento di riforme e di revisione della spesa pubblica per parlare anche degli enti pubblici di ricerca. Spending review non deve essere sinonimo di tagli, ma di una migliore comprensione di come spendiamo, di come investiamo e di come possiamo migliorare la gestione delle esigue risorse messe in campo per la ricerca dando alla politica, al governo e al parlamento gli strumenti per programmare, finanziare e utilizzare al meglio i risultati della ricerca.

Come potremmo affrontare altri tagli se gli investimenti in ricerca sono indietro rispetto alla media europea? Siamo ancora fermi all’1,26% del PIL, lontano dall’obiettivo di raggiungere l’1,53% del Pil per il 2020.

In attesa di una forte volontà politica che possa aumentare fondi e risorse, abbiamo il dovere di riorganizzare tutto il settore degli enti pubblici di ricerca, rendendoli più integrati, più efficaci, collaborativi e di respiro internazionale. L’attuale organizzazione degli enti pubblici di ricerca, dispersi negli uffici dei vari ministeri ‘vigilanti’, nascosti sotto sigle dai nomi esotici e con acronimi impossibili da sciogliere, non può essere funzionale al ruolo fondamentale che essi devono svolgere al servizio del governo e del paese.

Il modello di organizzazione non può che essere quello di consigli di ricerca tematici, su temi strategici, raccolti in un sistema gestito da una agenzia nazionale delle ricerche che provveda alla programmazione, al finanziamentoe al monitoraggio delle attività. L’agenzia deve essere dotata di consiglieri scientifici e di personale qualificato con alto profilo internazionale: la ricerca non può essere gestita da burocrati.

Se la politica non esercita la sua funzione d’indirizzo in modo trasparente, la ricerca frammentata rischierà di essere controllata da qualche capo dipartimento dei ministeri e non riuscirà a ritrovare la funzione ideale di sostegno allo sviluppo scientifico del paese.

Dobbiamo sciogliere il legame con il singolo ministero vigilante, per abbracciare un modello più orizzontale di gestione che possa portare ad una maggiore autonomia e capacità di sviluppo.

In questo nuovo contesto il Piano Nazionale della Ricerca (PNR) deve essere considerato il documento principale per la definizione del nostro progresso economico, sociale e tecnologico. Per questo deve essere un atto del governo e influire su tutti gli altri enti pubblici, che a loro volta devono dare contributi e pareri, in un ambiente di forte condivisione e collaborazione.

Una nuova organizzazione degli enti pubblici di ricerca è uno strumento essenziale per un nuovo modello economico basato sulla conoscenza e sul capitale umano, l’anello di congiunzione tra lavoro e sapere.

Il progresso scientifico è il risultato dell’azione di ricercatori “ribelli” che sfidano lo status-quo dei saperi consolidati e portano avanti la scienza. Una politica della ricerca deve dare a questi “ribelli della conoscenza” gli strumenti per avere l’autonomia necessaria per inseguire con passione le proprie sfide.  Per questo avevo definito il 2014 l’anno dei giovani ricercatori, cercando di porre un freno alla tremenda emorragia di talento che costringe molti italiani a spostarsi all’estero o peggio ancora, all’abbandono del perseguimento dei propri sogni.

 

Una alleanza per affrontare il dissesto idrogeologico e le sue conseguenze per i monumenti italiani

Perché Volterra è un caso in cui si deve parlare di innovazione sociale?

Il mio impegno sul territorio continua. Quanti danni dovremo ancora vedere ai nostri monumenti e alle nostre opere d’arte per colpa del dissesto idrogeologico del nostro paese. In questo settore serve urgentemente una partnership pubblico-privata per rilanciare il binomio cultura-turismo sul quale fondano le proprie radici città come Volterra. Serve anche la ricerca e il monitoraggio, perché non coinvolgere le università toscane e i centri di ricerca in un grande progetto per sostenere Volterra?

Che cosa significa innovazione sociale?

Significa affrontare i problemi a tutto campo, puntando a risolvere il problema e conseguentemente produrre avanzamento scientifico e sociale di pari passo. Un esempio ci viene da Volterra. Per le città come Volterra serve un’alleanza scientifica e sociale per affrontare il tema del monitoraggio e  della prevenzione del dissesto idrogeologico e delle sue conseguenze sui monumenti e sulle opere d’arte, penso che le università e gli enti di ricerca toscani dovrebbero partecipare ad una gara a proporre soluzioni e progetti per affrontare il tema con tecnologie e competenze dal mondo della scienza.

Volterra può essere un modello di città della cultura, del turismo e della ricerca applicata? 

Un sopralluogo dei numerosi che ho effettuato mi ha fatto pensare a come poter affrontare questi temi alla luce delle mie competenze di ricercatore e di manate di grandi progetti. Non servono solo i soldi ma anche capacità di spenderli e servono soprattutto le scelte e i progetti giusti.

L’opportunità è già vicina tramite la linea su Cultural Heritage in Horizon 2020, il programma di ricerca europeo.

 

 

 

una lettera di un giovane studioso di materie umanistiche

Pubblico questa lettera perché mi pare che sia importante riflettere sugli spunti che offre a chi è interessato alle discipline umanistiche, è giusto che si affronti anche questo tema, gli studenti di discipline umanistiche spesso si sentono abbandonati e hanno la percezione di studiare senza sbocco.

mi chiamo Giacomo e sono un dottorando in archeologia dell’università che sta per concludere un lungo percorso di studi segnato da luci ma anche da molte ombre. E proprio di queste ombre, condivise con me da centinaia di miei coetanei, ho pensato fosse il caso di metterla al corrente, richiamando un tema assai scottante ovvero il rapporto tra formazione e professione nel martoriato campo dei beni culturali, per i quali oggi si spendono solo parole di inutile retorica senza mai voler guardare a questo settore come motore di ripresa occupazionale (oltre che culturale).

Partiamo dalla formazione. Con la formula del cosiddetto ‘tre + due = zero” si è giunti nel campo delle scienze umanistiche ad un vero e proprio livellamento verso il basso della qualità della formazione, che esprime un pesante divario con le facoltà tecnico-scientifiche in cui il livello di selezione agli esami è invece ancora ragionevole. Solo un esempio apparentemente banale, senza scendere nel dettaglio: se la media dei voti con cui ci si laurea in archeologia (ma in generale nelle discipline umanistiche) a Padova come a Roma Tre (atenei che ho frequentato) si avvicina al 110, penso che il meccanismo della preparazione universitaria come porta di accesso alla realtà lavorativa funzioni davvero assai poco: o si laureano in archeologia solo geni…oppure c’è davvero qualcosa che non va!

La conseguenza è che naturalmente si creano pletore di giovani laureati che ovviamente pretendono un lavoro ‘all’altezza della loro qualifica’, senza avere in realtà le competenze necessarie per svolgerlo come dovrebbero. Una generazione di illusi, laddove la priorità della formazione dovrebbe essere anzitutto la selezione e la garanzia della qualità, come chiave per affrontare la crisi attuale del mercato del lavoro in settori che, come è noto, soffrono forse più di qualunque altro il dramma dell’occupazione. Finora si è pensato purtroppo solo a ‘battere cassa’ aumentando a dismisura corsi di laurea perfettamente inutili, sfornando migliaia di laureati triennali destinati a rimanere disoccupati con una domanda sproporzionata all’offerta di posti di lavoro, garantendo in breve tempo a chiunque un titolo di laurea. Penso che democratizzazione della cultura non implichi direttamente il ‘diritto alla laurea’ di chiunque e comunque, ma voglia dire semplicemente dare la possibilità ai chiunque lo meriti davvero di concludere il proprio iter di studi. E nonostante appaia inattuale questo discorso oggi alla luce della crisi delle iscrizioni all’università, penso anzi che proprio in virtù di tale crisi bisognerebbe evitare di cedere alla tentazione di attirare iscritti con chimere inesistenti.

Per le discipline umanistiche, così inflazionate, meglio sarebbe concentrare l’offerta in pochi atenei ad alta specializzazione e con rigide prove d’ingresso che diano l’opportunità di proseguire un percorso altamente professionalizzante ai più mertevoli, ma soprattutto è importante che si crei un legame osmotico tra MIUR e Ministero dei Beni Culturali, superando divisioni inutili che hanno fatto delle scuole di specializzazione universitarie doppioni dei corsi universitari, utili solo a creare titoli spendibili in concorsi inesistenti, e dunque in definitiva, inutili. Come sottolinea Settis, la divaricazione tra Istruzione e ricerca, è stata (anche) il prodotto della creazione del ministero dei Beni culturali come entità autonoma, mentre prima era una costola del Ministero della Pubblica Istruzione. Credo anche io che questa frattura vada ora ricomposta in qualche modo con percorsi formativi tutti da rimodulare in funzione delle reali esigenze della tutela come premessa per ogni azione di valorizzazione (dei beni culturali e delle figure professionali ad essi collegati).

Qualità nella formazione e scambio interministeriale potranno davvero dare un contributo significativo al rilancio dei beni culturali in Italia che oggi, come sappiamo, ‘sopravvivono’ in uno stato di crescente abbandono e degrado, invece di essere una opportunità vera per tanti giovani che, come me, non vedono altra alternativa che, purtroppo, l’emigrazione per dare un senso ad un lungo e faticoso percorso formativo.

Mi auguro che questi temi, sui quali ho voluto richiamare brevemente l’attenzione, siano al momento già oggetto di confronto e discussione. La ringrazio molto per l’attenzione.

Un cordiale saluto, con stima e con l’augurio di un buon lavoro,

Giacomo

 

 

 

 

(Il ministero dei beni culturali)