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Per i giovani ricercatori l’indipendenza è importante

Protesi CyberHand (BLOG DI CHE FUTURO sull’innovazione)

Nel sollecitare lo sviluppo del programma SIR per i giovani ricercatori, di cui attendiamo ancora la valutazione, ho ripensato a quanto è stato per me importante avere il mio primo progetto di ricerca in modo indipendente.

Essere project leader è fondamentale per un ricercatore che arriva alla sua maturità, dopo i 30 anni, entro qualche anno alla conclusione dei contratti post-doc, si dovrebbe poter diventare ricercatori e dunque anche capaci di autonomia.

Non è che essere project leader di un progetto personale implica lasciare un dipartimento, un gruppo di ricerca o un istituto, ma si tratta di una base per poter sviluppare la propria indipendenza scientifica e arrivare ad una originalità nel contributo personale che sono determinanti in una carriera scientifica e accademica.

Per me questo si verificò intorno ai 35 anni con il progetto Cyberhand e altri progetti nel campo delle protesi di mano, un settore che matura molto lentamente ma che ha frontiere scientifiche importantissime e dalle tante applicazioni, sia nel campo della conoscenza scientifica che in quello clinico.

In parte la mia esperienza è raccontata qui nel blog di ‘che futuro':

BLOG DI CHE FUTURO sull’innovazione

 

Memoria e Storia

 

Il testo integrale del mio discorso di commemorazione degli eccidi Bardine e San Terenzo in Lunigiana avvenuti il 19 agosto 1944

 

Una immagine della  cerimonia del 19 agosto

Una immagine della cerimonia del 19 agosto

Caro Sindaco, Autorità, cari cittadine e cittadini,

essere stata invitata oggi a commemorare gli eccidi di Bardine e San Terenzo,
ha per me un significato particolare, essendo cittadina ‘affettiva’ della Lunigiana, e legata alla Versilia fin dalla nascita, ed avendo commemorato le stragi di Sant’Anna di Stazzema un anno fa in qualità di Ministro dell’Istruzione.
Poiché la mia storia professionale e politica sono profondamente intrecciate con l’istruzione, la formazione e la ricerca, riprenderò il filo del discorso che ho aperto l’anno scorso a Sant’Anna, e continuerò il dialogo con i cittadini per stimolare la discussione sulla memoria e la storia e le loro funzioni culturali ed educative.

Nel settantesimo anno dall’eccidio si compie una trasformazione, la memoria delle persone che hanno vissuto direttamente quei giorni è ormai passata, ed allora il nostro compito di insegnanti, di ricercatori e di politici diventa quello di favorire il passaggio da memoria in cultura, in storia, in analisi distaccata e scientifica per trarne un messaggio importante di conoscenza e di insegnamento per le giovani generazioni.

Le istituzioni accademiche che hanno origine nella seconda metà dell’ottocento prevedevano che la ricerca e la conoscenza fossero senza confini, libere e che la divisione disciplinare prendesse senso e dignità soprattutto nell’insegnamento e nella trasmissione del sapere.
E così la storia di quei giorni e la sua analisi fanno parte del patrimonio di tutti, e ognuno di noi deve poter fare la propria rielaborazione critica in libertà, ma la storia deve essere studiata a scuola in modo da dare a tutti gli studenti e futuri cittadini, la possibilità di crescere e formarsi conoscendo il proprio territorio, le proprie radici e le atrocità che sono state commesse, le sofferenze inflitte, la resistenza e la ricostruzione a partire da quei valori condivisi nei quali crediamo e fondiamo la nostra democrazia e civiltà.
Non posso non citare Marc Bloch che fa partire il suo libro Apologia della Storia proprio dalla domanda del bambino che chiede a che cosa serve la storia? E’ da lì che deve partire la ricerca, perchè sia anche insegnamento e rielaborazione
secondo un’etica scientifica che ci fa ricostruire gli avvenimenti a partire dal desiderio di spiegare e di illustrare, avvicinandoci alla verità con metodo e obiettività.
Per questo voglio innanzitutto ricordare che la storia di questi eccidi, così come la ho letta dai documenti e dai racconti, è fatta di storie di persone semplici, innocenti, inconsapevoli vittime, e di violenza e di efferatezza commesse contro la popolazione inerme e senza ragioni, solo per vendetta e per disseminare paura e sconforto. Voglio qui ringraziare a questo proposito tutti coloro, associazioni culturali, pro loco, sindaci e consiglieri comunali, semplici cittadini, che contribuiscono alla raccolta dei documenti, alla ricostruzione di mostre, alla realizzazione di musei e di libri trasformando spesso documenti dispersi in testimonianze per chi è interessato a conoscere il territorio profondamente, non solo paesaggio e beni artistici ma anche memoria storica delle persone che hanno abitato e costruito questi luoghi.
E’ vero che trasformare la memoria in storia può essere doloroso, interpretare i racconti e i dettagli può far scoprire cose nuove, prospettive diverse in cui si attraversano le tensioni e le interpretazioni differenti per avvicinarsi alla verità, ma l’insegnamento che se ne trae è indubbiamente che certe violenze che oggi sembrano impossibili e lontane, sono davvero avvenute anche a due passi da casa nostra e che occorre tenere sempre alta la guardia per evitare che possa accadere di nuovo: vale la pena confrontarsi ogni giorno per tenere la nostra democrazia al riparo dalle scorciatoie, dalle dittature e dal populismo che minacciano tutti noi e ci allontanano dalla obiettività e dalla cultura, offrono soluzioni semplici a problemi complessi ma poi sconfinano inesorabilmente nella violenza.
Da politico itinerante per tutti i luoghi, anche più remoti della nostra regione e del nostro paese, ho imparato ad apprezzare questa forma di volontariato civico della memoria e della cultura, che rende l’Italia così unica e così viva anche nel suo passato, non si attraversa luogo senza vedere una mostra e un museo, e senza ricevere un libro che ricostruisca le nostre radici e le trasmetta ad un interlocutore attento a capire la storia con la geografia, la cultura con la letteratura, la sociologia e l’antropologia.
Anche qui in Lunigiana mi è capitato qualche giorno fa di vedere il frutto di questi sforzi collettivi.
Confermo e sottolineo, anche in modo istituzionale, il mio apprezzamento per questa ‘sussidiarietà’ nella trasmissione della cultura e della memoria: nel caso di terre che hanno sofferto anche crimini ed efferatezze come quelle commemorate oggi, i musei, le mostre e i premi letterari servono a riflettere a fare tesoro del passato ed a capire meglio i valori della democrazia e della civiltà riflettendo in comunità.
Il secondo messaggio che vorrei dare riguarda le aree della terra che stanno soffrendo come allora, nel 1944, soffriva la nostra terra al passaggio del fronte e della ritirata dell’esercito di occupazione nazista. E’ impossibile non fare paragoni e non pensare alla Siria, all’Iraq, all’Ucraina, alla Palestina, e ai tanti focolai aperti dove assistiamo inermi e impotenti ad eccidi, torture e violenze in nome di ideologie distorte e malate che fanno della paura, della morte e della disperazione il loro messaggio di sottomissione. Abbiamo costruito l’Unione Europea per reazione alla violenza e alla guerra, ed abbiamo creato unioni finanziarie ed economiche ma non abbiamo saputo costruire una unione politica che permetta al nostro continente di trasmettere valori di civiltà e di pace degni della nostra storia, della nostra cultura e unici veri testimoni ed eredi del sacrificio estremo che hanno offerto tanti che sono morti proprio durante gli anni che commemoriamo oggi, per darci libertà e democrazia.
Se c’è una esortazione che mi sento di dare oggi qui di fronte a questi morti che oggi ricordiamo, è quello che esiste ancora molto per cui dobbiamo combattere e lavorare, le disuguaglianze, la povertà e la disperazione sociale che sta sgretolando il nostro paese, e la mancanza di un’idea comune di società che ci tenga insieme e ci ricordi che dobbiamo fare ognuno qualche sacrificio per salvare il nostro paese e il futuro dei nostri figli. C’è ancora molto da fare, e proprio oggi, per i giovani e per chi di loro senta il dovere di lavorare per il proprio paese, l’Europa deve essere una unione di paesi e di cittadini che credono nei valori di libertà, democrazia, integrazione e tolleranza, e questi valori sono a rischio; mai come oggi, durante una crisi economica profonda, occorre ristabilire memoria comune, civiltà condivisa e idea nobile di politica come servizio e dono agli altri dei propri talenti e delle proprie qualità.
Ecco alla domanda che mi è stata posta da uno studente: ha un senso ancora oggi rileggere nomi, date di nascita e luoghi di residenza dei caduti? Io rispondo di sì. E’ nostro dovere come rappresentanti delle istituzioni tenere alta la memoria e il ricordo di quelle persone semplici che hanno subito le conseguenze della storia, si sono trovate in questa terra di passaggio di una ritirata e di una guerra e sono morte con sofferenza per noi. Io propongo una visione pedagogica di queste giornate di commemorazione, non spetta a noi, ma soprattutto ai tribunali ed alla ricerca storica l’analisi delle cause e dei dettagli dei minuti, e delle ore e degli eventi che si sono susseguiti nel lontano 19 agosto 1944 qui a San Terenzo Monti, a Bardine, a Fivizzano. Il mio ruolo è stimolare lo studio di quella storia, la lettura di quei racconti, la visione delle foto e dei documenti perchè ognuno capisca le conseguenze della violenza e della dittatura, dell’ignoranza e dell’inciviltà dell’arroganza che sostituisce un pensiero unico alla libertà.
A settanta anni da quegli eccidi e da quella sofferenza, vorrei ricordare uno per uno quei morti che hanno sacrificato la vita per noi e sono qui a ricordarci che occorre assumerci la responsabilità di onorare la loro memoria e di difendere, la libertà, la democrazia e la civiltà in loro nome.

Maria Chiara Carrozza, 19 agosto 2014

Agenzia della Ricerca: #laricercariparte ?

E se in Europa l’Italia dicesse che dal patto di stabilità occorre togliere gli investimenti in scuola e ricerca? E se provassimo a fare una riforma ‘europea’ del sistema della ricerca? E se provassimo a rispettare la carta europea dei ricercatori nei principi di reclutamento? Che non significa abolire i concorsi ma farli bene….

Continua il dibattito sull’agenzia della ricerca, nel mondo degli enti di ricerca e nelle università se ne parla tanto, anche se mai ufficialmente.

E io ricevo tanti stimoli e contributi soprattutto da colleghi scienziati, molti preoccupati perché l’agenzia della ricerca può rappresentare un’opportunità ma non deve essere scambiata per un’occasione di risparmiare o per controllare la ricerca. La ricerca deve essere libera e indipendente ma la programmazione nazionale è necessaria, la politica economia e il suo andamento sono legati alla qualità della programmazione, finanziamento e gestione dei progetti di ricerca e al momento in Italia sembra che questo non sia un tema sentito.

La ricerca non è pubblica amministrazione, è amministrazione della conoscenza e del suo avanzamento nell’interesse pubblico. Dobbiamo stare attenti che abbia un binario preferenziale e separato che rispetti la sua natura e le sue finalità, come avviene in tutti i paesi sviluppati.

Tra i tanti contributi mi sono arrivate alcune note da Fulvio Esposito, che è stato oltre che scienziato (quello lo è sempre) anche rettore e capo della segreteria tecnica del MIUR durante il mio mandato.

Riporto la lettera per esteso:

Mi sembra che la ‘discussione’, peraltro assai poco trasparente, anzi decisamente opaca e confusa, sull’istituzione di un’Agenzia Nazionale per la Ricerca e sul riordino degli Enti Pubblici di Ricerca stia prendendo una brutta piega. Brutta per il Paese e brutta per il sistema nazionale della ricerca pubblica, che potrebbe riceverne un colpo mortale. Intanto, si confondono due temi diversi: nei molti Paesi dove esiste l’Agenzia, essa ha compiti diversi e distinti da quelli degli organismi/enti di ricerca. Inoltre, il progetto di porre l’Agenzia (che, nella vulgata italica, assomiglia molto ad un super-CNR) ‘alle dipendenze’ della Presidenza del Consiglio rischia di rappresentare la pietra tombale dell’intuizione-sogno di Antonio Ruberti di dare dignità ‘ministeriale’ alla Ricerca.

Anch’io sono convinto che la dispersione delle competenze sulla ricerca tra diversi (molti) Ministeri non è difendibile, ma vi sono soluzioni diverse da quella dell’accentramento sotto la Presidenza del Consiglio.

Anch’io sono convinto che la pletora di enti di ricerca estremamente eterogenei per dimensioni e mission non è difendibile, ma vi sono soluzioni diverse da quelle dell’aggregazione in un mega-CNR.

Allego due brevi note (veramente brevi) al solo scopo di avviare una riflessione che potrebbe eventualmente trovare sbocco e seguito nelle istanze che vi vedono, a livello regionale, nazionale ed europeo, componenti di assoluto rilievo e prestigio.

Il primo documento si intitola La ricerca: una proposta di Fulvio Esposito.

Il secondo documento riguarda la riforma spagnola e la riorganizzazione della ricerca che sta avvenendo in Spagna, me ne parlò il sottosegretario spagnolo e studiammo il sistema per capirlo (L’agenzia della ricerca in Spagna, di Fulvio Esposito).

Aspetto altri commenti.

 

Rodney Brooks: la robotica non toglierà posti di lavoro

Rodney Brooks

Negli ultimi giorni è uscito un altro commento alla questione tanto discussa sulla tecnologia, il suo sviluppo, e la riduzione potenziale dei posti di lavoro.

Su questo blog ho già riportato sulla posizione di alcuni autorevoli scienziati americani sul cambiamento della qualità e quantità dei posti di lavoro a seguito dello sviluppo e progressiva introduzione della robotica avanzata nel mondo della produzione e soprattutto dei servizi.

Prima i robot erano sostanzialmente confinati nelle linee di produzione, in un ambiente protetto e certificato per contenerli, e adatto all’alta specializzazione per utilizzarli al meglio per accelerare, semplificare e migliorare la produzione.

Negli ultimi anni la robotica è uscita dalle fabbriche ed è entrata negli ospedali, nelle sale operatorie ma anche nelle corsie ospedaliere, nelle case e sta entrando anche nei cieli (con i droni) e per le strade (con i veicoli autonomi senza guidare come in California).

In questo articolo Rodney Brooks, uno degli scienziati e imprenditori più importanti e autorevoli della robotica, contesta la posizione di altri che avevo introdotto qualche giorno addietro su questo blog.

 

 

Serve la buona ricerca per cambiare la vita

 

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Ieri ho visitato l’Istituto Serafico di Assisi. Una realtà di alta specializzazione per la cura, l’assistenza e la riabilitazione di bambini e adulti sordomuti e ciechi, persone delicatissime, con disabilità gravi, che necessitano di percorsi e personale altamente qualificato. Nella cornice stupenda di una Assisi piena di sole, l’istituto Serafico ha organizzato una vera e propria festa, con mostre di oggetti realizzati dai bambini dell’Istituto e rappresentazioni teatrali.

Visita il sito dell’Istituto Serafico di Assisi

Ieri ho partecipato al convegno scientifico sulle disabilità plurime organizzato dall’Istituto Serafico a cui hanno partecipato studiosi ed esperti di tutta Italia che si occupano a vari livelli, scientifici e clinici di sperimentare terapie farmacologiche, genetiche e tecnologiche per far fronte alle conseguenze della disabilità. Si è parlato di impianti cocleari per il recupero della sordità, di orecchio e occhio bionico, di studi sull’origine dell’autismo, con studi in vitro e in vivo, di riabilitazione mediante robotica di bambini con lesioni spinali o emiparesi.

il programma del convegno scientifico sulle disabilità

Per me è stata un’occasione importante di aggiornamento per riprendere in mano le ricerche dove le avevo lasciate un anno fa: è bellissimo vedere come la ricerca progredisce rapidamente, e come si aggiungono risultati e conoscenze, in un anno può cambiare il mondo.

I bambini con disabilità gravi, con malattie rare e con sordità e cecità profonde hanno una unica speranza: la ricerca.

La ricerca non è applicata, finalizzata, pura o speculativa, la ricerca è solo ricerca e quella che serve è la buona ricerca. Possiamo stare in laboratorio e gioire per i risultati, guardare con soddisfazione la pubblicazione scientifica che esce e si diffonde, ma la cosa più bella per chi si occupa di ricerca biomedicale è vedere il sorriso del paziente, la soddisfazione del progresso, qualcuno che riesce a fare da solo una cosa che non faceva, riesce a sentire i suoni e la voce, a diventare attore, oppure riesce a prendersi il bicchiere e a bere, o a vedere luci e ombre e orientarsi.

E’ per questo che ho scelto questo settore: la disabilità, perché c’è tanto da fare e un passo anche piccolo e modesto può riuscire a cambiare la vita delle persone.

L’impressione che ho tratto dai miei studi recenti è che lo sviluppo tecnologico stia dando ancora un’impennata all’innovazione sociale: la tecnologia cambierà la vita e il lavoro, verranno fuori nuovi mestieri e forse ne spariranno alcuni, come quello dell’autista se i veicoli autonomi si diffonderanno in tutto il mondo e non solo in California. Questo sarà oggetto di un’altra riflessione, ma adesso vorrei tornare alla riabilitazione.

La formazione dei terapisti e dei medici dovrà cambiare molto in conseguenza degli sviluppi tecnologici, e in questi settori è evidente che la tecnologia sta mutando completamente il lavoro, le scuole di formazione, le università e i corsi di laurea dovranno affrontare questo cambiamento una volta per tutte. Ci sarà una forte domanda di formazione continua e chi opera nel settore dovrà tornare ‘a scuola’ più volte nel corso della propria vita professionale.

E’ una sfida per noi docenti, seguire e prevenire il cambiamento enorme della domanda di formazione che viene dal mondo dell’innovazione sociale e del progresso nei campi dell’assistenza personale e del recupero funzionale.

 

Una strategia per l’innovazione in Italia: la rivoluzione degli enti di ricerca

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Sabato 24 maggio ho partecipato al Tech Forum Ambrosetti a Castel Brando sulle strategie di innovazione, in un panel dedicato alla ricerca e sviluppo e alle sue criticità, l’obiettivo era proprio proporre alcune linee concrete per far ripartire l’Italia in questo settore.

Alcune idee sono sintetizzate in questo breve Video dal forum Ambrosetti.

Il mio intervento può essere raccontato così per punti:

In questo momento l’Italia non sfrutta i suoi talenti, non permette di liberare e moltiplicare le energie, ma anzi le rallenta, le congela o le fa scappare.

Credo che occorra una grande riforma degli enti di ricerca, che devono uscire dai ministeri, e riunirsi in un’unica grande agenzia per la ricerca, non governata dai dipartimenti, ma da officer sul modello europeo, in grado di gestire programmazione, selezione e finanziamento della ricerca nei tempi congrui.

Occorre togliere alla burocrazia amministrativa il potere di gestione dei progetti, e i bandi giuridico formali devono essere trasformati in avvisi pubblici con una valutazione (peer review) secondo standard internazionali. Chi seleziona e sceglie deve a assumersi la responsabilità e rispondere secondo criteri di etica pubblica.

I giovani devono avere maggiore autonomia e indipendenza, possono convivere con i più anziani ma devono essere trattati da pari, dobbiamo uscire dalla logica della piramide, per entrare in quella delle interconnessioni fra pari.

Occorre applicare il principio della rotazione della dirigenza dei ministeri e ricomporre i quadri dirigenziali, troppe persone svolgono sempre lo stesso ruolo da anni, i governi cambiano e i gestori sono sempre gli stessi.

Penso che invece di elaborare bandi complessi e programmi finalizzati, all’impresa serva la libertà di scegliersi il centro di ricerca e l’università migliori, e baserei le incentivazioni sulle defiscalizzazioni (semplici) degli interventi in ricerca e sviluppo, e sul credito di imposta. Non occorrerebbe altro, se non incentivare fiscalmente chi investe in ricerca.

Il sud ha bisogno di una strategia ad hoc, non si può pensare ad un unico programma uguale per tutti i territori che sono molto diversi, per colmare i divari occorre tenere conto dei contesti, del capitale sociale locale, e delle situazioni e condizioni differenti.

 

 

La robotica migliorerà la vita ma cambierà il lavoro ?

Nel fine settimana parteciperò a un seminario a porte chiuse dove si discuterà anche sull’impatto della tecnologia sulla società, a partire dalle implicazioni etiche fino alle conseguenze positive o negative sul futuro dell’essere umano.

Uno dei temi scottanti in questo momento è il tema della incidenza della tecnologia, e in particolare della robotica, la mia materia di studio e di ricerca, sulla creazione e tipologia dei posti di lavoro.

Il dibattito è stato recentemente rianimato da alcune discussioni in corso che sono sintetizzate in questo articolo:

study on robots and jobs

e la domanda che appare nel titolo: la robotica eliminerà l’80% dei posti di lavoro?

Forse li eliminerà, forse li renderà diversi e richiederà molta più preparazione, formazione e #scuola. Non possiamo prescindere la tipo di società e di industria che vogliamo nel disegnare la nuova #scuola per la nuova Italia.

Sto studiando questo tema perché credo che l’essenza di una proposta politica per il prossimo futuro non possa che basarsi su una nuova politica economica, e una nuova economia del lavoro che parta dal contesto sociale ma tenendo conto che occorre superare le banalità e cominciare a parlare di scelte coraggiose.

Diario di una visita in provincia di Pistoia a Massa e Cozzile

 

Stamani ho visitato una scuola in provincia di Pistoia  a Massa e Cozzile

La cronaca della visita è riportata su La nazione montecatini

Si trattava di  una visita programmata quando ero Ministro, abbiamo deciso di mantenerla ed è stata intelligentemente trasformata da visita istituzionale ad incontro con gli studenti, in cui ho risposto alle domande delle ragazze e dei ragazzi di terza media.

Continuerò a visitare le scuole e ad incontrare studenti perché fa parte del dovere istituzionale di un parlamentare mettere a disposizione le proprie competenze per il territorio che rappresenta.

 

evoluzione della robotica umanoide

 

Ho inserito questa foto un po’ datata (del 2010 più o meno) che mostra  l’evoluzione della tecnologia della robotica umanoide giapponese perché gli studenti mi hanno chiesto molte cose riguardo alla robotica.

Ho risposto alle domande molto interessanti ed ho riscoperto la voglia di occuparmi di orientamento, forse l’attività più bella per un insegnante è proprio quella di indirizzare gli studenti a fare la scelta di vita migliore possibile.

re walk images

 

 

 

 

 

 

 

Alle domande degli studenti, ho risposto aprendomi un po’, cosa difficile per un politico, ed ho detto chiaramente perché ho scelto di studiare bioingegneria della riabilitazione e robotica: per migliorare la qualità della vita dei soggetti disabili.

Sono riuscita a fare molto meno di quanto avrei voluto ma comunque ho trovato una forte motivazione che mi ha spinto a mettere tutto il mio impegno nel mio lavoro.

Io penso che l’orientamento per gli studenti dovrebbe partire proprio da questo, cercare di trovare in ognuno il proprio sogno, il proprio progetto individuale, e sostenere il suo sviluppo attraverso lo studio.

Alcune informazioni importanti si trovano sul sito del MIUR dedicato a IO scelgo IO studio