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Cuba-Miami: A nuoto nei mari del Globo. Per un mondo senza barriere e senza frontiere.

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Oggi presso la sala stampa della Camera dei Deputati sarà presentata la tappa Cuba-Miami del progetto “A nuoto nei mari del Globo. Per un mondo senza barriere e senza frontiere”. Si tratta della traversata a nuoto che Salvatore Cimmino compirà nel corso della prossima estate. Salvatore è un amputato trans-femorale ‑dipendente di Selex-ES (società del gruppo di Finmeccanica)‑ che da dieci anni promuove con la sua avventura una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui diritti dei disabili e la necessità di azioni concrete per liberare il mondo dalle barriere architettoniche, attraverso riforme che permettano ai disabili di accedere alle migliori tecnologie possibili. (http://www.salvatorecimmino.it )

Nell’incontro di oggi, insieme con la mia collega l’On. Laura Coccia ed il mio collega prof. Eugenio Guglielmelli dell’Università Campus Biomedico di Roma vogliamo coinvolgere e organizzare i rappresentanti del mondo accademico, industriale, sportivo e politico per supportare Salvatore nella sua imminente sfida, e cogliere quest’occasione per un momento di riflessione sulle azioni da intraprendere intorno al tema “sviluppo ed adozione di nuove tecnologie per i disabili”.

E’ proprio da questo che voglio partire per condividere con voi due punti che mi stanno molto a cuore.

In primo luogo – e qui parlo da bioingegnere – questa sfida di lungo termine si può vincere solo investendo nella ricerca scientifica, puntando su coordinazione a livello internazionale e sfide avvincenti. Sono stati infatti da sempre questi i due ‘ingredienti’ fondamentali alla base dei miei sforzi di scienziata e ricercatrice. Con il mio gruppo di ricerca ci siamo occupati negli ultimi venti anni di tecnologie robotiche per i disabili cercando di spingerci sempre oltre le frontiere dello stato dell’arte e di farlo attraaverso partnership internazionali (letteralmente dal Giappone agli Stati Uniti, passando per la Cina e la Korea del Sud). Siamo partiti con le protesi di mano, poi abbiamo affrontato il tema della riabilitazione post-ICTUS robot assistita e negli ultimi anni abbiamo studiato e messo al punto nel progetto Europeo CYBERLEGs nuove protesi ed esoscheletri robotici per l’assistenza al cammino (http://www.cyberlegs.eu).

Fare dell’ottima ricerca è solo ovviamente il primo passo. Serve poi trasferire la conoscenza (le invenzioni, i prototipi, i brevetti, gli algoritmi, …), in prodotti accessibili dal più alto numero di potenziali utenti. Servono quindi delle azioni efficaci di trasferimento tecnologico. Qui credo che l’Italia possa e debba giocare un ruolo determinante nel panorama internazionale, per due ragioni: siamo leader nel settore delle nuove tecnologie per le disabilità (in particolare quelle motorie), e –soprattutto- abbiamo una delle migliori reti di centri clinici (penso per esempio a tutti i centri clinici promossi e gestiti da congregazioni ed associazioni cattoliche) dove giorno per giorno (letteralmente) ‘si combatte’ contro le disabilità. Questi centri sono (insieme alla ricerca) un importante valore in questo processo di trasferimento della tecnologia dai centri di ricerca al mercato: sono le fucine dove la tecnologia può essere ideata e validata (in modo sinergico con gli utenti finali e tutti gli attori del percorso riabilitativo, es.: fisioterapisti, medici fisiatri, psicologi). Il trasferimento della tecnologia e la creazione di nuovi prodotti sarà però possibile solo (e qui parlo da co-founder della spin-off IUVO Srl, http://www.iuvo.company) se l’accademia e (più in generale) i centri di ricerca sapranno attuare delle politiche mirate alla creazione di spin-off e alla loro alleanza strategica con gruppi industriali pronti ad investire propri capitali in attività imprenditoriali sì ad alto rischio, ma con un grande impatto socio-economico.

Salvatore che prova in Istituto di Biorobotica i nostri dispositivi

Salvatore che prova in Istituto di Biorobotica i nostri dispositivi

 

Secondo me la politica deve quindi intervenire per facilitare questi meccanismi e promuovere la realizzazione di un processo virtuoso, che possa quindi partire dai reali bisogni dei disabili, trasformandoli in opportunità di crescita, prima di tutto umana, poi scientifica, tecnologica e di progresso ed innovazione sociale.

Migrazione, clima, politica e difesa

 

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Raccolgo oggi le idee e le mie impressioni alla fine della conferenza in Lussemburgo, dove ho partecipato ad una conferenza con 28 delegazioni dei parlamentari dei diversi paesi, guidati dalla presidenza lussemburghese (Conferenza Inter-parlamentare europea sulla politica estera comune e sulla politica di sicurezza e difesa comune). Ho avuto  modo di vedere in diretta come sia difficile trovare un compromesso fra le posizioni di paesi con situazioni geografiche, politiche ed economiche così diverse. Sembra proprio una lezione di geopolitica in pratica, dove troviamo i paesi mediterranei molto fermi nel chiedere una revisione del processo di Dublino, quote di redistribuzione dei migranti fisse e definite, e una politica estera che accompagni la politica di accoglienza per affrontare il tema alla radice.

Sono intervenuta due volte nelle sessioni plenarie per enfatizzare la posizione della Commissione Esteri della Camera di cui faccio parte, ma soprattutto per sottolineare come il fenomeno della migrazione sia un tema che richiede un cambiamento culturale, in Italia e in Europa e credo che la risposta degli organismi europei debba essere anche accompagnata da un risposta culturale, che coinvolga il sistema di istruzione e il sistema culturale e della ricerca. Nel dibattito attuale sui fenomeni migratori vedo le università italiane ed europee come grandi assenti, e spero vivamente che il mondo intellettuale e della cultura riprendano il loro ruolo, esiste un Istituto Europeo a Fiesole a Firenze, credo che sia uno di quegli organismi da coinvolgere, e credo che le università debbano dare una risposta di elaborazione culturale, trovando un filo che riprenda le nostre radici e le sviluppi.

Ho anche chiesto quale sia la posizione della Commissione Europea riguardo al contributo dei paesi extraeuropei in materia di accoglienza. Alcuni paesi in America e in altri continenti si sono offerti di contribuire.

Sono intervenuta anche sul tema del cambiamento climatico, e il relativo impatto sui fenomeni migratori:  occorre un coinvolgimento del mondo della ricerca in maniera sistematica ed efficace, che possa offrire risposte più concrete. Per ora il cambiamento climatico viene trattato solo come un tema a cui si deve dare una risposta di emergenza, senza uno sguardo programmatico di lungo periodo.

I parlamentari tedeschi sono stati molto attivi per sostenere le posizioni più forti in tema di risposta di accoglienza e cambiamento culturale rispetto al fenomeno della migrazione. Io sono convinta che la risposta di Angela Merkel, del governo e del popolo tedesco abbia rappresentato un punto di svolta e di evoluzione molto importante. Penso che in questo si veda la differenza fra un leader politico e uno statista di livello internazionale, che anticipa i problemi internazionali e li sa affrontare indicando una strada innovativa, che si richiama ai nostri valori europei e alle nostre radici. Al contrario, nei paesi dell’est, ho visto una risposta che tende a frenare ogni presa di posizione forte sul tema dell’accoglienza, che va ad enfatizzare sempre il problema della Russia e della sua politica di aggressività. Questo si è visto bene nel documento conclusivo finale della conferenza, che è riportato al link qui sotto. Le conclusioni della conferenza si riassumono in indicazioni da parte dei parlamenti UE alla Vice Presidente Mogherini e alla Commissione, che indicano azioni in campo di politica estera comune europea, di lotta al cambiamento climatico e ai suoi effetti sulla migrazione e agricoltura, di politica comune di difesa.

Le conclusioni della Conferenza sono raccolte in questo documento:

Final Conclusions CFSP CSDP EN

Le conclusioni sono molto importanti, sono il risultato di una mediazione sui parlamentari di 28 paesi, e rappresentano il miglior compromesso, come sempre nelle negoziazione parlamentari sui vari temi. Tenendo conto delle profonde distanze fra le posizioni dei paesi baltici, dei paesi dell’est europeo e di quelli mediterranei, le conclusioni sono molto sfumate, e non contengono parole forti.

Sono parole molto più forti quelle del Presidente Junker, il cui discorso è riportato al link qui sotto:

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Indagine conoscitiva sulla dispersione scolastica

Oggi ho partecipato alla presentazione della indagine conoscitiva sulle strategie di lotta alla dispersione scolastica, attività che era già in corso quando ero al governo, e materia di lavoro del mio sottosegretario Rossi Doria che era presente stamani alla riunione.

Il rapporto si può trovare su sito della Camera. E’ stato un lavoro sistematico che ha impiegato le colleghe e i colleghi della Commissione Istruzione della Camera. Penso che sia una buona base per lavorare alla riforma della Scuola.

Si tratta di un tema su cui porre la massima attenzione e non dobbiamo dimenticarcene nel piano del governo sulla buona scuola, basta pensare che ci sono alcune regioni dove la dispersione è al 25,8 % come la regione Sardegna.

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La pace perpetua e la responsabilità della memoria

 

La commemorazione degli eccidi commessi durante il passaggio della Linea Gotica è molto importante e richiama anche l’attualità di quanto stiamo vivendo, che Papa Francesco ha definito la  Terza Guerra mondiale a pezzetti.

Per questo riprendo le note da cui ho tratto il mio discorso di commemorazione a Vinca, un eccidio avvenuto il 24 agosto 1944 in cui sono morte molte donne e bambini dopo atroci violenze. A Vinca il passaggio del fronte ha lasciato un ricordo di violenza inaudita.

A settanta anni da quei giorni abbiamo compiuto insieme un percorso della memoria, rileggendo i documenti originali degli interrogatori e i racconti dei superstiti e dei testimoni di allora, rivedendo le foto e i luoghi dove tutto avvenne in una sequenza di passaggi di violenza, tortura e morte.

Abbiamo il dovere oggi di ripercorrere insieme i nomi, le date di nascita e le storie di queste persone che sono state massacrate con efferatezza inaudita senza pietà con un disegno di lucida follia disseminatrice di panico, terrore e disperazione.

La lettura dei racconti di come furono trovati i corpi delle vittime ci fa comprendere quante atrocità furono commesse, oltre e prima dell’uccisione, la violenza e la tortura, volte anche a spezzare qualunque resistenza e legame con le forze partigiane, in una fase di ritirata.

Questi atti quindi sembrano rispondere ad una logica di disseminazione di terrore che poteva rispondere ad un ordine preciso a corpi specializzati ed addestrati proprio per questo genere di atti.

Due riflessioni mi vengono in proposito, la prima è che ci aspettiamo proprio dalla ricostruzione storica e dal lavoro scientifico sulle fonti una risposta a questi interrogativi, che riguardano le responsabilità e le motivazioni che potevano innescare questa spirale di efferatezza. La seconda è che questi atti e la loro violenza ci richiamano quanto sta avvenendo ed è già avvenuto in Iraq e in Siria, dove violenza e tortura spietate sono utilizzate come metodo di cieca sottomissione ad una ideologia di conquista e di sterminio volta a cancellare l’alterità e la differenza.

E’ per questo quindi che oggi dopo settanta anni è importante riaprire le inchieste nei tribunali specializzati e ricostruire una volta per tutte e senza timori quanto avvenne qui a Vinca, a San Terenzo e a Sant’Anna di Stazzema con precisione storica e metodo scientifico.

Senza una ricostruzione ufficiale e accreditata non ci sarà giustizia per la memoria delle centinaia di vittime di tutti gli eccidi compiuti in queste montagne, che reclamano ancora da noi una storia definitiva di quello che avvenne e delle responsabilità.

Il passaggio da memoria a storia è quindi un atto importante che chiediamo venga compiuto prima possibile.

L’idea di costruire percorsi e giornate della memoria in questi luoghi è molto bella, ed è proprio in questo senso che dobbiamo coinvolgere studenti e scuole per conoscere, per riflettere e per imparare quanto avvenne, e come la democrazia che oggi abbiamo in Italia vada difesa ogni giorno proprio in nome dei morti trucidati in questi boschi. Per questo da Ministro dell’Istruzione ho appoggiato il progetto del Parco della Pace a Sant’Anna di Stazzema dove le scolaresche fossero invitate ad andare, e per questo è importante che si creino legami e convenzioni fra i paesi e le comunità dei territori che hanno visto il passaggio del fronte della ritirata dell’esercito nazi fascista e che hanno sofferto terrore e violenza.

Le comunità si devono stringere insieme e il legame della sofferenza e della violenza deve diventare un’occasione di fratellanza, di comunanza di ideali e di desiderio di pace e di convivenza.

A San Terenzo avevo concluso la mia commemorazione dicendo che a noi spetta onorare il sacrificio delle persone morte in questi eccidi difendendo la democrazia , la libertà e la nostra civiltà.

Ed è proprio il valore della democrazia che vorrei ribadire qui oggi a Vinca dove sembra di rivedere in ogni momento il filmato di ciò che avvenne settanta anni fa.

Possiamo combattere la violenza e il terrore solo con la democrazia e la libertà.  Proprio in questi giorni è in corso un dibattito sul terrorismo e i metodi per combatterlo, in relazione a quanto sta avvenendo in Iraq. Credo che qui ed oggi dobbiamo dare una risposta agli interrogativi che tanti si pongono proprio perché dobbiamo sfruttare quanto commemoriamo oggi in senso educativo, perché dalla sofferenza di allora nasca un messaggio di speranza e di civiltà. Non c’è altro modo di affrontare la storia di quei giorni che quello di ricostruire quello che avvenne nei tribunali, fare giustizia e perseguire i colpevoli secondo il diritto.

Sono fermamente convinta che nella lotta contro il terrorismo e la violenza dobbiamo adottare gli strumenti che ci mette a disposizione la democrazia; non dobbiamo rompere i valori della nostra Costituzione e del nostro Diritto e non dobbiamo lasciarci trascinare in un gorgo di violenza e guerra. E’ stato ampiamente dimostrato che la guerra e la violenza sono inefficaci perché non vanno alla radice delle ragioni stesse che fanno scaturire la violenza.

Negli Stati Uniti la Corte Suprema e in Europa la Corte di Giustizia Europea hanno stabilito che non è lecito usare la tortura e la violenza per combattere il terrorismo.

Io credo che il terrorismo si combatta con la cultura, l’istruzione, l’educazione e soprattutto con la lotta alla disuguaglianza. Oggi come rappresentante delle istituzioni e del Parlamento italiano vorrei lasciare con un messaggio di civiltà e di richiamo ai nostri valori più alti.

Dobbiamo essere rigorosi e affrontare il terrore e la violenza che attualmente sconvolgono il medio oriente con la forza della democrazia e delle nostre istituzioni.

Vorrei concludere non solo richiamando Kant che dedicò alla pace perpetua pagine bellissime dove trovano le radici i fondamenti della nostra civiltà: non è una utopia ma la ragione stessa che ci deve spingere nella nostra politica estera, il perseguimento di un sogno di pace si deve realizzare con gli strumenti della democrazia. Vorrei concludere anche parlando di sociologi come Ulrich Beck che hanno affrontato con coraggio le ragioni stesse del terrorismo e del rapporto con i nostri stati e le loro politiche economiche ed estere. Vorrei richiamare storici e  filosofi, e l’importanza dello studio della storia e della filosofia come chiavi interpretative degli eccidi che commemoriamo oggi, per questo ha un senso riaprire i processi e le inchieste sugli eccidi commessi in Lunigiana e sulle Alpi Apuane e costruire un parco della pace che congiunga questi luoghi, un parco di educazione e trasmissione di valori importanti che dobbiamo difendere insieme ogni giorno, oggi più che mai.

 

 

Disconnect e le lezioni di programmazione

Ieri ho visto un film che mi ha colpito molto e mi ha fatto riflettere sulla mia esperienza al Ministero dell’Istruzione. Durante il mio mandato sono accaduti alcuni episodi di suicidio e di tentato suicidio di studentesse e studenti che avevano subito attacchi sui social network, vittime di bullismo mediato da internet. Il disagio è creato non da internet e dai social network, ma dal contesto della classe, del territorio o della famiglia, ma il social network diventa il mezzo per il pubblico ludibrio, spesso al di là della volontà stessa degli adolescenti che non conoscono l’impatto e la potenza del mezzo. Il film Disconnect ha anticipato e descritto un fenomeno.

Il fenomeno sociale descritto nel film mi ricorda un’immagine che ho visto nella caffetteria del Metropolitan Museum of Modern Art a New York lo scorso mese: intere famiglie a pranzo che facevano una sosta dalla visita e allo stesso tavolo non si parlavano ma erano impegnate ognuno a guardare lo schermo del proprio smart phone.

Ho pensato: che società stiamo costruendo?

Siamo pronti eticamente e sociologicamente ad affrontare questo tema, in modo da preparare la scuola ad affrontare ed educare i giovani studenti perché utilizzino bene internet e i social network?

Penso che il progetto di diffondere l’uso corretto, la consapevolezza del social network debba essere impostato in modo da non vedere lo smart phone come un nemico, ma come uno strumento per perseguire un fine positivo.

L’unica risposta è quindi preparare i nostri studenti ad utilizzare, programmare e sviluppare le applicazioni piuttosto che a diventare consumatori di social network, e quindi noi abbiamo bisogno di lezioni, esercitazioni di informatica e di programmazione, più che di discorsi. Conoscendo il mezzo e cosa c’è dietro alleveremo cittadini più consapevoli.

PS per trovare la descrizione del film Disconnect…basta andare sui motori di ricerca…