Prima puntata della mia lezione su scienza e società: ricerca, Rifkin e la termodinamica

Chiediamo più investimenti in ricerca e formazione e lo facciamo perché sappiamo che andiamo incontro ad un baratro occupazionale e culturale ancora più grave se non investiamo di più

 

Ieri 24 novembre ho tenuto una lezione magistrale (keynote speach) ad un incontro di professori, ricercatori e industriali che lavorano nel settore della progettazione di software e sistemi, cosiddetti CyberPhysicalSystem.

Vorrei prima di tutto definire cosa sono i CyberPhysicalSystem, per capirlo occorre andare su una serie di siti, prima di tutto questo:

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http://cyberphysicalsystems.org

 Una definizione sintetica è:

‘Cyber-Physical Systems (CPS) are integrations of computation, networking, and physical processes. Embedded computers and networks monitor and control the physical processes, with feedback loops where physical processes affect computations and vice versa’

I sistemi CyberPhysical sono quindi sistemi integrati che includono i processi fisici (in generale quelli che vogliono essere controllati e quelli indesiderati che interferiscono) e i sistemi di software e computazione che rappresentano la misura e il controllo.

Poiché ero di fronte ad una platea di ingegneri e di tecnici, ho pensato di parlare del rapporto fra scienza e società, e fra scienza e politica, idealmente dovrebbe prevedere una scienza autonoma e una politica che si fa consigliare, ma nella pratica non c’è nessun legame strutturale.

Più in generale per studiare i meccanismi di generazione dell’innovazione volta a risolvere i problemi, è molto importante considerare i processi che governano la politica e le decisioni rilevanti che hanno un impatto sulle grandi sfide della società.

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E’ molto importante sensibilizzare chi si occupa di ricerca, innovazione e progettazione riguardo al tema del rapporto fra le conoscenze e tecnologie sviluppate e la società civile.

L’assenza di un rapporto strutturato fra scienza, e politica, la mancanza di figura di advisor scientifici per il governo, e la separazione fra cultura e politica, portano ad una scarsa considerazione della politica nei confronti della ricerca, ad una marginalizzazione progressiva e quindi in estrema conseguenza ad una riduzione del budget per la ricerca.

In generale l’investimento in ricerca comporta una scelta di lungo periodo che non guarda all’immediato, perché i cittadini chiedono sempre altro: l’investimento in ricerca non è quasi mai un tema prioritario per le elezioni politiche, a meno che non ci si rivolga ad una platea specializzata.

Siamo alle soglie del nuovo millennio, alle porte della quarta rivoluzione industriale e il nostro investimento in istruzione, cultura e conoscenza diminuisce. Questo porterà inevitabilmente ad un declino industriale e culturale del nostro continente.

Mentre le problematiche che abbiamo davanti ci portano a vere e proprie sfide che senza scienza e tecnologia non si possono affrontare,  assistiamo ad una progressiva mancanza di fiducia della politica nei confronti del mondo intellettuale e della scienza.

Per esempio si può pensare di risolvere il problema della produzione di energia senza un investimento in ricerca?
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Senza un investimento in ricerca è possibile affrontare il tema del cambiamento climatico e della sopravvivenza del nostro pianeta?

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Abbiamo bisogno di più ricerca e quindi di più Europa, ed ho spiegato perché dal mio punto di vista, l’Europa ha portato l’Italia a scelte di investimento di budget in ricerca o in innovazione che altrimenti non ci sarebbero state, come dimostrato dai programmi nazionali. Quando ho provato a lanciare un programma nazionale della ricerca, il governo Letta era agli ultimi giorni, e non ho potuto dare seguito alle mie proposte che prevedevano un piano nazionale allineato a quello europeo Horizon 2020 e integrativo. MI dispiace che questo piano non sia stato ripreso dal governo Renzi.

Io sono una sostenitrice convinta dell’Unione Politica dell’Europa e so che l’Unione Europea è l’unica possibilità per noi di costruire quella massa critica di innovazione e ricerca che può portare ad un rilancio della nostra produzione industriale, della nostra creatività e della nostra cultura.

Nell’anno di partenza di Horizon 2020 (http://ec.europa.eu/programmes/horizon2020/en/what-horizon-2020) , uno dei più grandi programmi di finanziamento della ricerca, il programma europeo più visionario e ambizioso, che finanzierà la ricerca fondamentale e l’innovazione sociale, vorrei dire a tutti, che senza Europa, l’Italia non avrebbe mai avuto una opportunità così importante, un investimento possibile e raggiungibile in ricerca. L’Italia ha un disperato bisogno di questa Europa, dell’Europa della ricerca e della innovazione.

Basta leggere cosa dice la presentazione stessa di Horizon2020.

‘Horizon 2020 is the biggest EU research and innovation programme ever. It will lead to more breakthroughs, discoveries and world-firsts by taking great ideas from the lab to the market. Almost €80 billion of funding is available over 7 years (2014 to 2020) – in addition to the private and national public investment that this money will attract’

Il secondo aspetto trattato nella mia lezione ha riguardato la politica economica. In particolare il contenuto ha riguardato l’inserimento della termodinamica nel nuovo paradigma economico di sviluppo della nostra società.

Citando Rifkin, sappiamo che la termodinamica, cioè l’innalzamento dell’entropia del pianeta, il consumo energetico, la produzione di rifiuti e più in generale la sostenibilità ambientale del paradigma economico, devono rientrare in una proposta politica ed economica. Non possono essere trascurate le conseguenze del processo di sviluppo industriale, e bisogna tenere conto che il nostro obiettivo dovrà essere anche quello di lavorare per la sopravvivenza e l’equilibrio nel nostro pianeta. Infatti, anche nelle relazioni fra USA e Cina le politiche ambientali sono diventate determinanti. Sta cambiando anche la sensibilità internazionale su questo tema.

The price of energy and food is climbing, unemployment remains high, the housing market has tanked, consumer and government debt is soaring, and the recovery is slowing. Facing the prospect of a second collapse of the global economy, humanity is desperate for a sustainable economic game plan to take us into the future (Jeremy Rifkin)

 

3 thoughts on “Prima puntata della mia lezione su scienza e società: ricerca, Rifkin e la termodinamica

  1. xproj

    Al di la del colore politico, io credo che la politica debba farsi consigliare moltissimo in campo scientifico proprio perché i politici non hanno mai spiccato in questo campo. Devono delegare di più perché non possono comprendere neanche superficialmente quali siano le sfide attuali. Non si possono prendere decisioni in questo campo se ci si limita ad avere una conoscenza alla quark della scienza. Quando lo si fa poi si arrivano a gaffe enormi, come il ridurre la termodinamica a quello che lei ha scritto. Non si vedono competenze scientifiche di nessun tipo in questo governo, né in quelli passati. Sinceramente non vedo in media neanche cultura e competenza politica. Era necessario scegliere come ministri magari ‘giovani’ un pochino più colti e meno di facciata. È molto difficile che il mondo della ricerca vi prenda sul serio. Nessun ricercatore verrà da voi senza considerarvi poco competenti ovvero incapaci di discernere quello su cui potete decidere e quello su cui non potete; dovreste essere voi ad andare con l’umiltà necessaria da loro.

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  2. xproj

    Inoltre, vorrei dire che attualmente non è la politica ad emarginare la ricerca e l’innovazione, ma è precisamente il contrario. Fossi un politico io mi preoccuperei moltissimo, perché la storia insegna che ci potrebbero essere conseguenze molto gravi per tutti se questa sfiducia dovesse continuare

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  3. xproj

    Inoltre, cosa può comprendere un ordinario di glottologia e linguistica di scienza? Cosa può capire di ingegneria, informatica, biotecnologia, genetica, medicina una persona che non ha neanche una discreta formazione matematica? Le scienze umanistiche non sono protagoniste di questo tempo e come tale non può esserlo la nostra ministra dell’istruzione, dell’Università e della ricerca.

    Io non mi candido per un lavoro di cui non ho competenze perché sarei ovviamente deriso e scartato. Ma questo basilare principio non ha valenza in politica

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