Articolo che avevo scritto per l’Unità (non andato in stampa)

Mi era stato chiesto un articolo sul pensionamento dei professori e invece ho trovato pensionata l’Unità, l’ho scritto e non è stato pubblicato, con grande dispiacere, lo posto qui sul mio blog…. 

Per leggere cosa è successo, seguite questo link

Nel solco delle proposte presentate dal PD università e ricerca negli anni recenti, volte a stimolare e favorire il ricambio generazionale, la norma introdotta dal decreto Madia introduce la possibilità di pensionare a 68 anni i professori con almeno quarantadue anni di servizio, a scelta dell’amministrazione secondo criteri organizzativi definiti in partenza. Tale norma ha riattivato un dibattito mai sopito sul ‘pensionamento forzoso’ dei professori universitari, con appelli, contro appelli e prese di posizione.
Su questo tema, sono stata sollecitata a esprimere la mia posizione e credo di poterlo fare alla luce di tutte le mie battaglie a favore del ricambio generazionale.
La prima cosa che vorrei dire è che non capisco bene perché i professori si preoccupino tanto, sono soltanto pochi quelli che potranno vantare la lunga permanenza in servizio necessaria per poter essere collocati a riposo. La maggior parte dei professori e ricercatori del prossimo futuro non potrà mai aspirare a raggiungere 40 anni in servizio perché le immissioni in ruolo si sono pericolosamente spostate in avanti con l’età. Sono d’accordo con l’amico Ciliberto che un pensionamento indiscriminato possa recare danno al nostro sistema accademico, tuttavia la norma così come è scritta restringe molto il campo di azione e delega la responsabilità agli atenei.
La norma prevede infatti che l’eventuale pensionamento possa avvenire soltanto a discrezione del Senato Accademico e dopo averne definito i criteri base, onde evitare discriminazioni o guerre personali.
L’arbitrarietà è molto pericolosa, ma se si definiscono criteri di produttività e di qualità dell’impegno nella didattica e nella ricerca il problema diventa un’opportunità per l’ateneo per incoraggiare l’uscita di chi non riesce più ad essere attivo. Non vedo niente di scandaloso che una università possa pensionare chi non scrive più, non fa lezione e non riesce a lavorare a favore di un riutilizzo delle risorse per assumere un giovane docente o un ricercatore.
Penso che i criteri per il pensionamento debbano partire dalla valutazione della produzione scientifica e dalla qualità della partecipazione alle attività didattiche dell’ateneo, ma anche alla necessità di tenere attivi i corsi di laurea sulla base degli stringenti criteri attualmente applicati per l’accreditamento dei corsi: per un professore che viene a mancare, oggi possono saltare interi corsi di laurea.
Un buon Rettore e dei buoni Organi Accademici non prendono decisioni ad personam ma definiscono i programmi di reclutamento sulla base di un piano strategico, e la norma così come è scritta va proprio in questa direzione delegando maggiore autonomia ma anche responsabilità.
I giovani hanno bisogno di segnali che l’università riapre le porte, e le riapre secondo criteri meritocratici, perché dobbiamo consentire a chi ha avuto tanti privilegi e opportunità di rimanere in servizio anche se poco produttivo ? Dall’altra parte, in ingresso nella carriera universitaria, siamo così spietati ed esigenti, investiamo poche risorse e diamo poca speranza.
Io penso che l’università italiana si debba impegnare di più per ritornare ad essere il centro ed il motore della ricostruzione del nostro paese, anche in questo dibattito ho sentito poco pluralismo, poche voci e sempre le stesse, che si impegnano a far sentire la propria opinione. Per questo apprezzo molto l’impegno di CIliberto che parte proprio dalla considerazione sul declino della nostra classe docente per sottolineare la progressiva marginalizzazione degli intellettuali e dei ricercatori e docenti dal dibattito pubblico. Perché i Magistrati siano esenti, per esempio, non è chiaro rispetto ai Professori Universitari, io penso che entrambe le categorie siano importanti per il paese.
Anche lo stesso fatto che la norma sul pensionamento sia introdotta nel decreto sulla Pubblica Amministrazione, rientra nelle politiche proposte dal Ministro Madia, ma introduce qualche preoccupazione: sembra che l’università attualmente sia così debole da non meritare più nemmeno una legge propria di riordino e di rilancio. Soltanto un testo unico sull’università può ripulire e fare chiarezza sulla gestione ordinaria e sulla programmazione.
Come è possibile trattare un tema delicato come quello dell’abilitazione nazionale all’interno di un decreto sulla Pubblica Amministrazione? In questo penso che il Presidente della CRUI Paleari abbia ragione. Capisco l’emergenza ma da quanto è avvenuto capisco anche che l’università non merita attenzione particolare.
Mi auguro di poter tornare presto su questo giornale, l’Unità, a dibattere su un piano educativo nazionale, che veda il ruolo dell’istruzione superiore come cardine per programmare il futuro dei nostri giovani. Vorrei anche chiarire una volta per tutte che professore non significa conservatore dei privilegi ma soprattutto innovatore e progressista, capace di spostare in avanti il confine della conoscenza, della tecnologia e del sapere. Usciamo dai dibattiti amministrativi e impegniamoci a costruire un piano di rilancio dell’istruzione superiore, senza opporre una generazione all’altra e guardando alla qualità, in nome del futuro dei nostri studenti.

1 thought on “Articolo che avevo scritto per l’Unità (non andato in stampa)

  1. Vito D'Andrea

    Il ministro Giannini ha annunciato un DL Università. I pensionamenti massicci degli Ordinari stanno decimando la I fascia della Docenza universitaria. Upgrading a costo zero degli Associati Abilitati alla I fascia. vitodandrea.it

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